• 28 December 2011
    THE GOODCAT – CHAPTER 7

    Ore 19:12

    Seduti su una panchina. Aria fredda. Il fiume Moldava scintilla di nero. A quattrocento metri da Charles’ Bridge, un chilometro dal nostro hotel, 554 miglia da casa. Stando alle indicazioni di Mister G, un rabbino con un cappotto nero sarebbe venuto a recuperare una bustina di quelle strane pillole.

    Due stanze – 304 per noi 305 per July e Fiamma –  un unico letto.

    “Mi passi l’accendino?” Bellosguardo gioca con la sigaretta tra le labbra.

    Il sole è sceso da un’oretta. Il naso è freddo e arrossato. I pinguini luminosi laggiù a sinistra, sempre fermi, sempre uguali, sempre gialli.

    Nuvola di fumo.

    “Tra quanto?“

    “Otto minuti.”

    “Uhm.”

    Tendo la mano a Jimmy e mi restituisce  l’accendino.

    “Il secondo bonifico è stato versato.”

    “6.000,00 giusto?”

    “Esatto.” Prendo un fazzoletto di carta e lo premo sul naso.

    Jimmy distende le gambe e incrocia le dita dietro la nuca.

    “Non ti senti un po’ un mercenario?” gli chiedo.

    Un tizio davanti a noi perde per un momento l’equilibrio inciampando su un sasso sporgente. Lo guardo. È un crucco.

    Jimmy fa cadere un cilindro di cenere e mi guarda. “Dammi una definizione di mercenario.”

    “Mercenario è colui che, per soldi, combatte al servizio di un committente, indipendentemente dalla finalità dell’azione.”

    Mi volto verso di lui “Può andare?”

    “No” risponde secco.

    Sfilo una sigaretta dal pacchetto.

    “Il mercenario è quell’uomo che mercifica una scelta d’onore. È come le puttane. Loro però, mercificano la trasmissione di un piacere.”

    “Di un piacere e di qualche malattia” aggiungo dando fuoco alla brace.

    “Già.”

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    Nick

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    24 October 2011
    THE GOODCAT – CHAPTER 6

    Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, circostanze, organizzazioni, luoghi o avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o vengono utilizzati in modo fantasioso. Ogni riferimento a persone viventi o no, a circostanze o luoghi realmente esistenti è puramente casuale

     

    ***

    Aria.

    Luce soffusa.

    Ora.

    Seduto su un pezzo di terra umida.

    Seduto a guardare il giallo che diventa arancione, l’arancione rosso, il rosso viola e il viola nero. Un nero a pois. Le braccia distese all’indietro lungo la schiena. Il fresco del crepuscolo si accumula sornione sulla mia pelle. Un brivido scivola lungo la schiena. Stringo fili d’erba e li strappo con indifferenza.

    Giallo.

    Penso.

    Penso.

    Chiudo gli occhi.

    Nero fitto, linee intermittenti, neon, suoni, voci, immagini rubate e scatti indecifrabili.

    Riapro gl’occhi.

    Arancione.

    Ripenso.

    Ripenso alla sera precedente, alla birra giapponese, ai semafori rossi e alla porsche che mi ha superato sulla destra.

    Ripenso allo sguardo di July vitreo e tagliente, al suo profumo di frutta calda e al suo velo opaco impenetrabile, e alle sue labbra umettate. È strano. È notevole. La sua irruenza di spirito è piegata da una stucchevole tranquillità d’animo. Quegl’occhi. Neri e piccoli. Così profondi e penetranti eppure smussati da un celato ed ignoto passato. Tanti sguardi poche parole.

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    Nick

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    15 September 2011
    “THE GOODCAT” CHAPTER 5

     

    Questo romanzo è un’opea di fantasia. Nomi, personaggi, circostanze, organizzazioni, luoghi o avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o vengono utilizzati in modo fantasioso. Ogni riferimento a persone viventi o no, a circostanze o luoghi realmente esistenti è puramente casuale

     

    ***

    “Il fatto che sia gradevole agl’occhi, non significa che sia piacevole anche al tatto.”

    “Uhm?”

    “Intendo dire che ciò che appaga la vista, non sempre comporta il piacere dei sensi.”

    Pigiai delicatamente il freno e poi la frizione. Scalai in seconda. Il tempo era decisamente incerto. L’aria piuttosto fresca e umida.

    “Prendi un paio di tette rifatte.”

    “Uhm”

    “Dico, rifatte bene”

    “Ok, me le sto immaginando.”

    “Un bel paio di tette che quando le vedi dici: che bel paio di tette.”

    “Tutto perfettamente nella mia mente.”

    “Ecco. Ora immagina che lei, seduta a tu per tu sul letto con te, si sfila la maglietta e fa ballare queste bocce perfettamente tonde e lucide. Ci sei?”

    “Si certo, ti seguo.”

    “Avvicini la tua mano al suo seno e lo inizi lentamente a palpeggiare.”

    “Ok”

    “Poi cominciate a fare sesso.”

    “Ok.”

    “Quanto manca per casa di Drake?”

    “Siamo quasi arrivati.” Lo guardai come per dire “Beh? Vai avanti!” Jim non fece una grinza e con disinvoltura prese a guardar fuori dal finestrino.

    “Jimmy, vuoi andare avanti con sta storia?”

    “Quale storia?”

    “Come quale storia?! Quella della donna e del piacere dei sensi.”

    “Eh?”

    “Su dai, continua a raccontare!”

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    Nick

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    18 July 2011
    “THE GOODCAT” – CHAPTER 4

    Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, circostanze, organizzazioni, luoghi o avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o vengono utilizzati in modo fantasioso. Ogni riferimento a persone viventi o no, a circostanze o luoghi realmente esistenti è puramente casuale

    ***

    Un suono. Anzi, una musica di sottofondo. Sempre più intensa. Sempre più penetrante. Un occhio tentò di farsi strada tra le palpebre. Emicrania martellante, chiodo alla testa e bocca impastata. Feci tacere quella dannata sveglia melodica premendo un pulsante a caso. Mi voltai nel letto e un braccio rimase incastrato tra pancia a e materasso. Diedi un occhio all’ora: 09:00 a.m.. Che giorno era? Doveva essere sabato. Mi sedetti sull’orlo del letto e fissai per qualche istante la scrivania: due bottiglie di birra vuotate, un calice di vetro ancora sfumato di vino e un bicchiere con una fetta d’arancia sul bordo. Mi alzai; palmo dopo palmo mi ritrovai in cucina. Senza batter ciglio preparai la bialetti ponendo con cautela un tovagliolo sotto la caldaia; misi la scatola dei biscotti sul tavolo (n.b. una scatola di biscotti vintage risalente almeno 1950) e, in attesa che il caffè salisse, ritornai in camera per scegliere i vestiti da indossare. Sentii il rumore del brico che eruttava il liquido marrone dall’aroma intenso; tornai nuovamente in cucina e spensi la fiamma. Mi trascinai, quindi, in bagno: bidè, ascelle, denti e profumo. Presi un paio di pantaloni cachi, cintura marrone,  magliettina leggera e scarpe della tonalità leggermente più scura. Feci scivolare l’anello nel mignolo, appesi al collo il mio orologio da taschino e finalmente potei sedermi a sorseggiare la mia tazza di latte e caffè – avevo riscaldato del latte in un pentolino. Ingollai quattro moment con la speranza di sopire quell’orribile sensazione di pressa dietro i bulbi oculari. La sveglia di tanto in tanto gorgogliava strani gemiti: l’opzione snooze doveva essere stata attivata. La lasciai suonare: che suonasse ‘sta cazzo di sveglia. Il pericolo che mi riaddormentassi, tanto, non sussisteva.

    Imbrigliato in quell’interminabile susseguirsi di gesti abitudinali, ebbi – con il caffelatte in mano – un istante di lucidità per riflettere sul mio futuro più prossimo. Dovevo  incontrare una ragazza che lavorava nel campo dell’editoria intorno alle 10:20, pranzare con mio padre per le 13:30, andare avanti con il blog nel pomeriggio, parlare con Bellosguardo delle faccenduole in quel del londinese. Raccolsi  il cellulare spento e lo misi in tasca.

    Uscii di casa che erano quasi le dieci. Una tracotante luce primaverile carezzò il mio profilo premurosamente munito di occhiali da sole. Sganciai le levette del tettuccio in tela, salii a bordò della mia auto e sgasai verso il bar dell’incontro. Al primo semaforo decisi di accendere il cellulare: sei chiamate perse e dodici messaggi in arrivo. Un paio erano di mio padre e una di Jaquin, il contatto editoriale.

    “Strano” sussurrai. Una dei messaggi era suo.

    “Ho aspettato fin’ora. Me ne vado. – Messaggio ricevuto Sabato 6 maggio alle ore 11:01.”

    Le auto in coda cominciarono a suonarmi contro: il verde era apparso da qualche secondo ed ero rimasto fermo immobile, come ipnotizzato davanti al cellulare. Stavo considerando l’idea di non aver vissuto il sabato precedente e di essere stato catapultato direttamente la mattina della domenica successiva.

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    Nick

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    01 July 2011
    “THE GOODCAT” CHAPTER 3

    “Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, circostanze, organizzazioni, luoghi o avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o vengono utilizzati in modo fantasioso. Ogni riferimento a persone viventi o no, a circostanze o luoghi realmente esistenti è puramente casuale”

    ***

    Strisce di arancione tagliavano in orizzontale lo spettro celeste di quella sera primaverile. Gl’apici delle montagne ancora si macchiavano dei resti bianchicci della neve che tanto era scesa nel corso dell’inverno. Il sole era pronto per l’emisfero orientale e io  non potevo fare a meno di guardare le dita dei piedi di Fiamma. Dita piccole e affusolate, ben smaltate e perfettamente in linea discendente con gli altri fratellini. Tutti ben confezionati all’interno di una pruriginosa scarpetta nera, un sandaletto con tanto di cinturino alla caviglia.

    “Fatemi capire. C’è qualche problema di audio in questa cazzo di stanza?” chiese Bellosguardo con tono pacato e sarcastico.

    Fiamma con un movimento del bacino diede un colpetto in avanti aiutandosi con le mani; si staccò dal tavolino, afferrò il suo pacchetto di ultra slim e lo porse al nostro amico ingegnere/architetto. Bellosguardo guardò il pacchetto un po’ perplesso.

    “Cosa sarebbe questa merda?”

    “Jim non mi sembra il momento di fare il difficile” ribattei immediatamente.

    Jim aggrottò la fronte e ne raccolse una. La infilò tra i denti e rimase per qualche istante in fissa su Fiamma. Poi si voltò verso di noi allibito. Io non riuscii a mantenere la risata e ne venne fuori una pernacchia strozzata. Il Grinta, invece mantenne  il solito contegno che lo contraddistingueva, quello stile di cui tanto si vantava e ripeteva di saper gestire molto meglio di noi.

    “Fiammetta cara, come credi che io possa accendere questa fottuta sigaretta se non mi dai il fuoco? Il fuoco cazzo! Capisci?” Si piegò verso Fiamma con aria di sfida “Quella roba gialla e rossa che brucia…Uhm?”

    Fiamma lo fissava senza tradire il benché minimo tentennamento, per nulla irretita dal modo incalzante del mio amico. Pareva un’altra donna rispetto alla Fiamma scaltra e intrigante della sera prima. Con un movimento rapido agguantò la pistola (n.b: l’accendino a forma di pistola) e la puntò alla testa di Bellosguardo.

    Io sgranai gli occhi. Il Grinta, ancora una volta impeccabile nella sua posizione. Bellosguardo. Bè, Bellosguardo aveva mantenuto la stessa smorfia inquisitoria, con gli occhi un po’ languidi, il labbro un po’ imbronciato e il ghigno quasi celato. Era più forte di lui.

    “Ehi, ma che cazzo vuoi fare?” chiesi un po’ impaurito.

    Fiamma abbassò il tiro, sempre con gli occhi puntati su Jim. L’archibugio sputa fuoco fu piazzato ad una spanna dall’estremità della sigaretta. La rossa tirò il grilletto e un guizzo di dieci centimetri arse la punta del tabacco.

    “Ora si ragiona!”esclamò Bellosguardo tirando dal filtro. Esalò una nuvola di fumo.

    “C’è altro?” chiese il tizio canuto che giocherellava con il sigaro in bocca.

    Johnny fece un cenno negativo con la testa. Fiamma ritornò ad appoggiarsi sul tavolino.

    “Io avrei un po’ sete” dissi.

    “Si serva pure. Lì c’è un mini bar” rispose stringendo con i denti il sigaro.

    “Ok” Aprii il frigo, afferrai una birra, richiusi lo sportello. Feci il gesto dell’apri bottiglia rivolto al mio interlocutore.

    “Da’ qua!” Bellosguardo agguantò la bottiglia, infilò in bocca la canna di vetro, strinse tra i molari il tappetto in alluminio e con un colpo netto di polso stappò la mia birra. Tracannò un sorso.

    “Rimarrai senza denti” commentò con sprezzo il Grinta.

    “No, tu rimarrai senza denti”ribattè Bellosguardo aspirando.

    Afferrai la birra dalle mani del mio amico. Intanto Fiamma riaccavallò le gambe e i suoi piedi calamitarono nuovamente la mia attenzione.

    “Signori prego, veniamo alle presentazioni” disse il tizio del sigaro “Io sono Gabriel. Potete chiamarmi “Mister G”. Lei (Telecamera su Fiamma) è la mia collega; avete avuto già modo di conoscerla. Vi ho invitati qui per fare due chiacchiere”

    Io trangugiavo sorsi di birra, Bellosguardo fumava, Il Grinta immacolato con le braccia conserte.

    “Invitati? Ahh! Certo. È per questo che ci avete drogato e impacchettato alle sedie, controllando ogni nostro movimento attraverso telecamere con visuale a 360°. Bè si mi pare chiaro” proferì Bellosguardo.

    “Non sia così precipitoso. Le mie sono solo precauzioni. Per ora non avete nulla da temere.”

    “Non so come ringraziarti” rispose Jimmy contrariato.

    “Non c’è di che signor Lopapera ” Mister G  raccolse tre fascicoli blu e ce li mostrò “Vedete queste? Al loro interno è custodita tutta la vostra vita: dal primo giorno delle scuola, alla vostra prima scazzottata, dal vostro primo amore, alla prima masturbazione, insomma tutto.”

    “Cazzate! Cosa pensi di sapere di me!” esclamò il Grinta piuttosto innervosito. Finalmente si scrollò di dosso quello “stile”.

    “Che cosa volete? Soldi o cosa? Forse non sa chi sono io!” aggiunse con foga “Questo è sequestro di persona e lei e la sua amichetta siete nei guai.”

    “John Francis Brown nato il 12 giugno 1983 a nord della provincia di …” Mister G cominciò ad elencare le generalità del nostro amico barbuto.

    “Niente di così speciale” ammise il Grinta al termine della lettura.

    “È sufficiente fare una ricerca su internet, magari attraverso un social network per conoscere due notizuole così banali” aggiunse Bellosguardo con tono sicuro.

    “Appunto. Sentite” fece il Grinta rivolto verso di noi “io mi sono rotto il cazzo. Me ne vado di qui.”

    “Signor Brown, lei non va proprio da nessuna parte. Faccia il bravo e stia a sentire. Quella che ho letto è solo la prima pagina, quella di presentazione.” Disse Mister G voltando il foglio.

    “Dunque, giusto per citarne qualcuna «Grinta»”

    “Conosce il tuo soprannome” sibilai nell’orecchio di Johnny.

    “L’avrà sentito dalla telecamera.”

    “A quattordici anni, ha falsificato la sua carta di identità a Colchester – per voi altri, paese a nord della contea dell’Essex – per acquistare ben 15 litri di birra. Con il medesimo documento ha noleggiato una Ford del ‘91 con cui ha trasportato il suddetto quantitativo di alcol nel college estivo presso cui alloggiava facendo sfregio di tutte le regole comportamentali dell’istituto stesso: ricorderà senz’altro la nomina “master of pretenders” votata all’unanimità dalla confraternita Beta

    Johnny aggrottò la fronte.

    “a sedici anni” proseguì Mister G “ha trascorso una notte nella cella carceraria del distretto di Zurigo, in Svizzera, per aver partecipato ad un incontro clandestino di box under 21 – che tra l’altro ha pure vinto; due anni dopo è uscito con 60 alla maturità classica perché, in sede di esame orale, ha dato della «capra ignorante» a Minghetti, il professore di filosofia; a ventiquattro anni è stato fermato da una pattuglia stradale – qui dice – risultando con un tasso alcolemico di ben S-E-I volte superiore a quello consentito dalla legge: ha tirato fuori il libretto degli assegni, ne ha staccato uno da 10.027 euro, ha proseguito come se nulla fosse accaduto per la strada di casa. L’anno successivo..”

    “Ok, ok… Possiede alcune informazioni. E allora?” chiese il Grinta.

    “Signor Brown. Qui ho del materiale che lei neppure immagina. Del materiale estremamente scomodo. Sia sotto un profilo morale sia sotto un profilo legale. E questo non vale solo per lei.” Johnny afferrò il pacchetto di sigarette dal tavolino e si fece accendere da Fiamma. “Questo vale anche per lei Signor Lopapera” si voltò verso Bellosguardo “e pure per lei, Signor Versetti.” (N.b.: il mio nome completo è Enrik Versetti).

    “Bè Mister Gino allora, se la mette così, è davvero un fico” commentò Bellosguardo spegnendo la cicca nel posacenere. Poi fece con la mano per raccogliere la mia birra. Diedi un ultimo sorso e la passai al mio amico.

    “Ad esempio, signor Lopapera, i signori qui presenti non saranno di sicuro a conoscenza del fatto che lei abbia navigato su una zattera di fortuna a largo della costa ionica per più di una settimana e che solo per puro caso sia stato raccattato, da un gruppo di pescatori croati in uno stato pietoso, disidratato, incrostato e in fin di vita e soprattutto con un carico di 10 kg di hashish.” Ci voltammo verso Bellosguardo.

    “Si vabbè ma è successo parecchio tempo fa’” ribattè lui ai nostri sguardi inquisitori col la bottiglia tra le labbra.

    “L’estate scorsa signor Lopapera.”

    “Bè sì, non così tanto tempo fa’”ammise Bellosguardo.

    “O ancora, andando per capoversi” Mister G continuava a leggere il protocollo di Jimmy “al suo amico signor Brown non farà certo piacere che lei abbia avuto una relazione con Geraldine La Verne”(n.b.: la francesina era un’antica fiamma di Johnny. Ecco, francamente questa è una informazione che non ci lasciò proprio del tutto indifferenti. Soprattutto Johnny, non la prese benissimo.)

    “Tu cosa?” intimò a gran voce il Grinta avvicinandosi a Jimmy.

    “Jimmy non è stata una cosa carina” dissi io scuotendo la testa.

    “Si bè c’è stato qualcosa. E allora? Mica puoi pensare che le donne ti appartengano per sempre!”

    Il Grinta, con la sigaretta in bocca, l’ardore negli occhi, i denti stretti e i muscoli delle braccia ben tesi, avvitò un gancio nello stomaco di Bellosguardo che, da parte sua, non oppose alcuna resistenza. Con un gemito soffocato si piegò in due, ansimò per qualche istante e si tirò su dolorante.

    Il Grinta scrocchiò il collo e recuperò la posizione plastica precedente. “Coglione. Te lo sei meritato”

    “Si, Jimmy te lo sei meritato”commentai recuperando la birra dalle sue mani.

    “Si, abbastanza…”ammise con un filo di voce.

    In tutto ciò, come spettatori , il signor Gabriel sulla poltrona e Fiamma con le chiappette a mandolino spalmate sul tavolo erano rimasti ad osservare l’intera scenetta, un po’ divertiti e un po’ sull’attenti nel caso in cui le cose fossero precipitate.

    Mister G prese, allora, il terzo fascicolo, il mio. Trangugiai quanto rimasto nella mia bottiglia da 66 cl.

    “Non tema signor Versetti, il suo curriculum suscita ugualmente notevole interesse. Benchè apparentemente le carte sembrino affermare il contrario -  ottimi voti a scuola, mai una nota di demerito, laureato a pieni voti senza esser stato mai neppure rimandato ad un esame, ottimi risultati in campo lavorativo, fedina penale perfetta, stato fisico eccellente…”

    “Hank sei proprio cazzuto” fece Bellosguardo intimando con le dita a Fiamma di passargli un’altra sigaretta.

    “Dicevo…”riprese Mister G “a parte questa superficie immacolata…”

    “Io non lo trovo affatto cazzuto. Lo trovo piuttosto noioso” interruppe il Grinta spegnendo la sigaretta nel posacenere. “Ma questo è solo il mio punto di vista.”

    “Signor Brown del suo punto di vista, in questo momento, non siamo affatto interessati.”

    “Già signor Brown, per nulla interessati” ripetei un po’ impermalosito.

    “Lei è colpevole di evasione fiscale per ben euro 250.000. Non ha mai pagato i contributi statali e siamo a conoscenza anche dei conti correnti a lei intestati in istituti bancari con sede in svizzera .”

    “Mi faccia capire” chiesi allora un po’ perplesso. “Di quali conti sta parlando?” Non ne ero davvero a conoscenza.

    “Di quelli che suo zio di Boston ha aperto intestandogli il nominativo. E tutto qui, indicato tutto nel dettaglio” disse sventolando il foglio.

    “Ah”

    “Si ma non si monti la testa. Sono comunque cifre piuttosto contenute, cifre con cui a malapena riuscirebbe a coprire quanto dovuto all’apparato pubblico.”

    “Uhm”

    “Per non parlare degli atti di vandalismo, del possesso illecito di stupefacenti, dei debiti di gioco e del vizietto del…”

    “Si, si, ok” interruppi io bloccandolo sul più bello.

    “Ma queste sono solo piccole coloriture, macchiette di poco conto. Voi siete qui per un altro motivo che conoscete molto bene”

    Brown rimase impassibile, Jimmy scosse il capo e io imbronciai il labbro assolutamente perplesso.

    “Signori non costringetemi ad usare le cattive maniere” esclamò Mister G.

    Non battemmo un ciglio.

    “Signor Versetti, mostri l’avambraccio destro” mi intimò lui.

    “Senta lei mi ha davvero stufato!” feci io incamminandomi verso la poltrona. Lui tirò fuori un fucile a canne mozze dritto dritto verso la mia fronte.

    “Non è nella posizione di prendere decisioni. E Lo stesso vale anche per voi altri due eroi.”

    Anche Fiamma tirò fuori una pistola. Questa volta, però, vera.

    “Signor Versetti, ci mostri l’avambraccio. Non me lo faccia ripetere.” Sospirai. Guardai i miei amici. E mostrai questo benedetto avambraccio. Su di esso un piccolo tattoo a forma di teschio, un teschio che ricordava più la testa di una gatto.

    “Bene. Signor Brown si volti per cortesia.”

    Brown si voltò di schiena. In alto a destra, tra un muscolo e l’altro lo stesso tatuaggio.

    “Ora Signor Lopapera si sfili le mutande.”

    “Buon gustaio!” esclamò Bellosguardo sorridendo “però, ora non si può. C’è una signorina qui. Potrebbe rimanere particolarmente impressionata dal mostro che sto tenendo a bada”

    Fiamma, tolse la sicura della sua semiautomatica, scese dal tavolino e con cinque passi fu di fianco a Jimmy. Calcò la canna della pistola sulla tempia di Bellosguardo e per la prima volta in quella stanza la sua voce rintoccò nelle nostre orecchie: “Conto fino a cinque. Poi ti riempio la testa di piombo.”

    Bellosguardo la guardò affascinato.

    “Uno”

    “Due”

    “Tre”

    “Se fossi in lei, signor Lopapera, prenderei in considerazione la possibilità che Fiamma non esiterà a spararle  a conclusione del count down” disse Mister G accendendosi il sigaro.

    “Quattro”

    “Cin”

    “Ok” disse Jimmy rilassando i muscoli. Sempre fissando Fiamma si tolse le mutande. In effetti li sotto non era messo per nulla male.

    “Ora si volti” ordinò Mister G.

    “Come vuole boss”

    Jimmy Lopapera, detto Bellosguardo, presentava sulla natica destra lo stesso disegnino del teschio con le orecchie da micio.

    Mister G elargì un sorriso molto soddisfatto. Sfilò il sigaro dalla bocca e un filo di saliva brillò nell’aria.“Fiamma: hai l’onore di conoscere tre dei più importanti esponenti del Goodcat Company

    To be continued…

    Nick

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    17 June 2011
    “THE GOODCAT” – CHAPTER 2


    “Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, circostanze, organizzazioni, luoghi o avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o vengono utilizzati in modo fantasioso. Ogni riferimento a persone viventi o no, a circostanze o luoghi realmente esistenti è puramente casuale”

    ***

    Quel buco era completamente vuoto. L’aria che si respirava era  umida e frescolina. Doveva trattarsi di una cantina o di uno scantinato. Strano che non vi fosse per terra veleno per topi. In alto a destra la lucina rossa all’interno della sfera di vetro continuava a puntarci.

    “Anche tu sei legato Brown?” chiesi al mio amico alle nostre spalle.

    “Uhm uhm” annuì lui.

    “Hai una vaga idea di chi può essere stato? Tu sei ricco di famiglia, giusto? Magari ci hanno sequestrato.”

    “Uhm, non credo. Intanto, non sono così ricco e di sicuro non abbastanza per un riscatto soddisfacente in cambio della mia vita. E poi voi che centrate? Non valete un centesimo.”

    “Magari ci vogliono estrarre degli organi” disse Bellosguardo guardandosi l’alluce scoperto.

    “La vuoi finire con sta cosa degli organi?” mi voltai verso di lui con lo sguardo torvo.

    “Johnny ce la fai ad avvicinarti alla mia sedia?”

    “Perché?”

    “Fallo.”

    Il Grinta tentò di avvicinarsi alla mia sedia.

    “Che tipo di nodo è?”

    “Ti sembro un marinaio?”

    “Cerca di usare i denti per liberarmi” rammentai.

    “Eh?”

    “Dico, cerca di usare i tuoi denti per liberarmi”

    “Si Johnny, usa i tuoi dentoni da castoro per liberarci!” aggiunse Bellosguardo in tono sarcastico.

    Johnny si spinse in avanti con il busto e addentò la corda che stringeva i miei polsi. Iniziò a tirare e a strattonare un po’.

    “Bè?” chiese Bellosguardo

    “mrrre mmhhr mh” mugugnò il Grinta.

    “Cosa? Su! Forza con quei dentoni!”

    “Jim così non sei d’aiuto” feci io ridendomela sotto i baffi.

    “Mmmrrrh! Maffaffulrrr!”

    “Forza Brown!” esclamò Bellosguardo.

    Johnny si fermò all’istante. Iniziò a fissare Bellosguardo voltato verso di lui. “Bè che c’è?” disse quest’ultimo. “Ti sei già stancato? Eppure pensavo che ti trovassi bene in quella posizione.”

    “Giuro che se mi libero da queste corde ti prendo a gomitate sugli zigomi fino a spappolarti la faccia”

    “Ah ah. Grinta tu lo sai vero? Lo sai che se solo mi sfiori sei un uomo morto?” intimò Bellosguardo socchiudendo gli occhi. Si fissarono per un istante.

    “Da brave bimbe, deponete le armi e vediamo di uscire di qui” dissi allora io per smorzare i toni. “Jimmy possibile che tu, con due lauree e tre brevetti non ti sei fatto venire un’idea in testa?”

    “Tu che dici?”

    “Bè te lo chiesto apposta.”

    “Ho una lametta nell’orologio che sto usando per tagliare le corde.” rispose lui con un piccolo ghigno.

    “Eh? Davvero?”

    “Che cazzo aspettavi a dirlo?” disse Johnny in tono intimidatorio.

    Se questo fosse un film la telecamera adesso avrebbe stretto l’immagine sulle mani di Bellosguardo che in tutto questo tempo aveva continuato a tagliuzzare.

    “Mi sarebbe piaciuto vederti mordicchiare un altro po’”

    Trattenni la risata.

    “Ecco…ancora un momento” Bellosguardo con un ultimo strattone si liberò dalle corde che caddero a terra come serpenti senza testa. Si piegò in avanti, verso i piedi e, aiutandosi con le la lametta, sciolse pure i nodi agli arti inferiori. Successivamente la ripose nell’orologio.

    “Bravo!” esclamai. Quel bastardo ne tirava fuori sempre una nuova dal cilindro. Si alzò in piedi, si stiracchiò e andò ad esaminare più da vicino la telecamera. Era buffo nei suoi movimenti. Si volto versò di noi e mordicchiandosi una pellicina del medio ci sorrise. “Interessante. Visuale a 360°”

    “L’avevo notata prima” osservai.

    “Pensi di liberarci brutto scemo o cosa?” fece Grinta ancora un po’ adirato.

    “Wof! Wof! Accuccia cagnolino”  rispose Bellosguardo  piazzandosi dietro di me. Iniziò a smanettare con la corda e dopo qualche istante mi liberò. “Una gassa d’amante semplice.”

    “Eh?” gorgogliò Grinta. “Il tipo di nodo, capra. Sicuro come tenuta e facile da sciogliere.”

    Sciolsi, poi, il nodo alle caviglie. Nel frattempo Jim Liberò anche Johnny che ancora borbottava come una teiera.

    “Ora dobbiamo solo uscire da questo buco e recuperare la nostra roba”disse il Grinta guardandosi intorno.

    “Hai visto che ti hanno lasciato sia la catenina d’oro sia il Rolex?” dissi al mio amico mercante.

    “Uhm uhm.” Poi si voltò verso Bellosguardo “Apri quella porta”

    Bellosguardo si avvicinò a Grinta “Io non prendo ordini da nessuno, hai capito?”

    Misi un piede tra i due. “Bè, in effetti hai avuto un tono un po’ da colletto bianco.” Appoggiai una mano sulla spalla di Johnny e, con la mano sinistra, spinsi via Bellosguardo. “Jim, per piacere, ci fai uscire da questa merda?”

    “Ecco così va già meglio” rispose Bellosguardo più tranquillizzato.

    Uno schermo mostrava noi tre liberi dalle corde, in mutande, intenti a forzare la serratura della porta di quella sorta di cantina. Meglio, la mia sagoma e quella di Johnny immobili alle spalle di quella di Bellosguardo la cui destrezza era quasi paragonabile a quella del miglior mastro fabbro.

    “Sono stati più veloci del previsto” osservò Fiamma rivolta ad un tizio coi cappelli all’indietro e pizzetto ben tagliato. Sedeva su una poltrona non distante dalla donna. La posizione gli consentiva di osservare il video. Indossava un completo grigio scuro, cravatta in seta e camicia bianca.

    “Si, non possiamo lamentarci” ammise il tizio “In ogni caso sappiamo con chi abbiamo a che fare”

    Fiamma scavallò le gambe e si alzò in piedi. Camminò fino al tavolino, prese una delle sue sigarette ultra slim e la infilò tra le labbra bagnate da una mano di rosso fresco. Un guizzo altissimo emerse dal suo accendino a forma di pistola. Appoggiò il sedere sul tavolo con lo sguardo rivolto verso l’uomo con il pizzetto e, con savoir faire, esalò una soffusa nuvola di fumo.

    “Dici che accetteranno?”chiese la donna

    “Staremo a vedere.”

    Bellosguardo sembrava proprio a suo agio con quella specie di grimaldello. Con l’altra mano manteneva la lametta all’interno della serratura.

    “Hai la più pallida idea di quello che stai facendo?”  chiese il Grinta avvicinandosi alla telecamera. In quel momento avvolse lo scroto tra le dita e lo agitò davanti all’obiettivo. Mosse le labbra e iniziò a fare degli strani versi, tipo risucchio incondizionato. Guardavo affascinato anche lui. Due esemplari di pura follia umana.

    Bellosguardo non rispose alla domanda di Johnny.

    “Jim, cosa ne pensi? Riesci a aprire questa cazzo di porta?” Chiesi appostato lì di fianco.

    “Dammi ancora un minuto e dovremmo esserci”

    Il Grinta si avvicinò ad una delle sedie cui eravamo legati. Sembrava alquanto irrequieto. Ne afferrò le estremità in legno, tastò la consistenza e la alzò in alto. Aveva un bel fisichino il Grinta. Tarchiatello ma d’acciaio. Ex giocatore di rugby, ottimo sciatore e con la passione del combattimento. Ad essere sincero non credo che abbia mai appreso alcun’arte marziale fino in fondo benché ne avesse provate a decine. E ciò a causa della sua più totale incostanza: tre mesi e mollava qualsiasi corso cui avesse preso parte. Questo non gli impediva, tuttavia, di tenersi in allenamento. Il vizietto dell’alcol arrotondava un pochino il girovita, è vero. Ma di certo era indiscutibile la sua base scultorea.

    “Guarda qua Hank!” esclamò “AaaaaHhHhHh!” Il Grinta si lanciò sulla telecamera tenendo stretta la sedia. Con colpo ben assestato frantumò la sfera di vetro che ci controllava.

    “Guardateci adesso brutti froci!” esclamò soddisfatto.

    “Voi due cazzoni” disse, allora, con un pochino di fiatone “lo sapete che ore sono?”

    “Le 19:31” rispose Bellosguardo ancora intento a forzare la serratura.

    “Cosa?” escalmai

    “Già” aggiunse “siamo stati sicuramente drogati. È passata quasi una giornata intera.”

    “Uhm.”

    Si sentì il rumore di un ingranaggio innescato. “Fanculo a questi stronzi” Bellosguardo era riuscito ad aprire la serratura della porta.

    “Ottimo” esclamò il Grinta.

    Jim si alzò in piedi e ripose i suoi piccoli attrezzi nell’orologio. Il Grinta fu il primo a varcare la porta. Ci fece cenno di seguirlo. “Andiamo?”

    Davanti a noi si profilò un corridoio poco illuminato in muratura; in fondo, una porta munita di maniglione antipanico. Una porta gialla per la precisione. Camminavamo uno dietro l’altro, in fila indiana.

    “Sarei curioso di sapere se centrano le donnine di ieri sera” proferì Bellosguardo.

    “Brutto imbecille” esclamò il Grinta “certo che centrano le donnine di ieri sera!”

    Il Grinta capofila, Bellosguardo in mezzo e io di chiusura.

    “Ah! Maledizione!” l’alluce di Jim strisciò su uno spuntone di pietra.

    “Maledizione? E da quando usi un’imprecazione così da frocetto?” chiese il Grinta che cercava di far strada.

    “Te l’avevo detto che sarebbe stato meglio mettere un paio di calze decenti” dissi a Bellosguardo.

    “Già, avrei dovuto” ammise dolorante.

    Giungemmo davanti alla porta. Johnny si voltò verso di noi. Assentimmo e lui spinse il maniglione. Si aprì una mini anti-camera, due metri per due; di fronte un ascensore di metallo. In alto, sulle nostre teste, un’altra telecamera a sfera.

    “Di sicuro non sono zingari” commentò Bellosguardo premendo il pulsante dell’ascensore. “Gli zingari non le rubano le telecamere.”

    “Cazzo, è un genio questo!” commentai aggrottando la fronte e voltandomi verso il Grinta.

    Aspettammo che l’ascensore scendesse al nostro piano. Le porte si aprirono e un cicalino suonò per due volte. Io e il Grinta entrammo. Bellosguardo rimase fuori in fissa sulla telecamera.

    “E adesso che problema hai?”gli chiese Johnny irritato. Misi una mano sulla fotocellula per tenere aperto il portellone dell’ascensore. Bellosguardo con beata tranquillità mosse il capo verso il basso fino ad incrociare gli occhi del Grinta. “Giuro che per fine mese ti ammazzo”. Quest’ultimo sorrise e con passo disteso ci raggiunse in ascensore.

    Johnny pigiò il pulsante “up”.

    Fermo immagine sul pannello dei pulsanti. Vi parrà strano, ma in quell’ascensore c’erano solamente 3 pulsanti: “up”, ”down” e “allarm”.

    Mentre salivamo, Bellosguardo si avvicinò al pannello. Lo fissò un istante, virò la testa di trenta gradi verso destra, e lentamente poggiò il suo dito indice sul pulsante “allarm”. Il fragore di una sirena rimbombò immediatamente. Il viso di Jim era rilassato e disteso. Lo guardai torvo e un accenno di sorriso apparve sul suo sguardo.

    “Mi chiedo che diavolo ti passi per la testa” dissi io calcando i polpastrelli della mia mano sulla sua fronte.

    Il Grinta era immobile a braccia conserte e una luce rossa e nera iniziò ad alternarsi sulle nostre teste. Cinque secondi dopo l’ascensore si aprì. Johnny diede uno spintone a Bellosguardo. Poi lo seguimmo fuori.

    “Però!” La stanza che ci si presentò innanzi era davvero maestosa. Uno studio ordinato e confortevole dotato di un finestrone enorme con vista tramonto e montagne. Seduto su una poltrona testa di moro giaceva un signore sulla cinquantina, col pizzetto curato e i capelli leggermente brizzolati all’indietro. Tra le labbra un cubano spento. Con le chiappe poggiate al bordo del tavolino c’era, invece, una delle ragazze incontrate la sera prima: Fiamma.

    “Ebbene, centrano le donnine di ieri sera” osservai.

    “Era evidente” commentò Il Grinta secco. Nel frattempo Fiamma accartocciò la cicca della sua sigaretta slim nel posacenere.

    Bellosguardo si guardò in giro, del tutto alienato dai nostri commenti. Aggrottò la fronte e sospirò. Sembrava piuttosto spazientito. Volse prima uno sguardo inquisitorio verso Fiamma; poi guardò il tizio con il pizzetto. “Allora? Qualcuno di voi stronzi me la vuole dare una sigaretta o no?”

    To be continued…

    Nick

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    10 June 2011
    THE GOODCAT – CHAPTER 1

    Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, circostanze, organizzazioni, luoghi o avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o vengono utilizzati in modo fantasioso. Ogni riferimento a persone viventi o no, a circostanze o luoghi realmente esistenti è puramente casuale

    ***

    Ancora una decina di minuti e il piacere di varcare la porta di casa si sarebbe insinuato nel mio spirito. Con una birra in una mano e una sigaretta nell’altra avrei lasciato scivolare all’indietro il mio ciuffo, adagiando la testa sul bordo della mia nuova vasca da bagno, trasportato dal caldo cullare dell’acqua sapor miele. L’avevano installata proprio una settimana prima: una bella conca bianca in mezzo al bagno. Un lavandino piatto con annesso specchietto a forma di macchia, un cesso piccolo e tondeggiante posizionato all’angolo in fondo e un piccolo bidè proprio di fianco al marito (per chi non lo sapesse, il cesso è il coniuge maschile del bidè). Della musica rilassante avrebbe accompagnato le stanche palpebre nel loro lento declino verso il buio e, una volta spento il cellulare, avrei chiuso sino all’indomani i miei contatti con il mondo esterno. Una birra, però, non sarebbe stata forse la scelta più azzeccata. Magari un martini bianco o uno scotch. Meglio del rum o del Southern comfort. Anche del rosso, perché no. Sì, un bel rosso intenso. Avrei dato un occhio nel mia cantina – un mobiletto in legno preso all’IKEA con non più di dieci bottiglie di vino -  per stappare qualcosa di adatto a celebrare il mio momento di completa emancipazione dal genere umano. Insomma, qualcosa per rinvigorire il palato e annebbiare la mente. Queste ed ad altre nobili immagini titillavano febbrilmente la mia mente intricata  mentre guidavo la  Z3 di seconda mano – acquistata l’anno prima ad un prezzo stracciato – con fare tranquillo, braccio appeso al finestrino, mento leggermente sollevato contro il vento della notte e mano appoggiata sul volante. Medio e anulare sbattevano a ritmo della musica indie-rock e il profumo d’erba bagnata provocato dagli annaffiatoi automatici mi trasmetteva sensazioni fanciullesche.

    Superai il semaforo lampeggiante senza frenare, voltai a destra, presi la rotonda delle tangenziali – famosa per i coniglietti spiattellati a terra – inserii la terza e per una strana ragione (tutt’ora inspiegabile) il mio cellulare squillò – anziché vibrare come sempre in qualche tasca interna della giacca buttata sul sedile anteriore (n.b.: tolgo sempre la suoneria dal cellulare in modo da consentire al caso di farla da padrone tutte le volte che arriva una telefonata). Si trattò di un suono martellante, un trillo che avevo ormai dimenticato da tempo, un rumore che difficilmente avrei potuto sopportare ancora per molto. Il cervello mi suggerì quattro considerazioni: 1) rispondi, cazzo, perché questa ignobile melodia è insopportabile; 2) di sicuro è Bellosguardo, vorrà dirti qualcosa di divertente; 3) così impari ad ascoltare gli ammonimenti di tuo padre sul telefono senza suoneria; 4) vuoi muoverti a rispondere?

    “Si…?”

    “Hank!”

    “Uhm, Bellosguardo!”

    “Bè che fai?”

    “Sto mettendo la freccia” risposi tirando giù con il mignolo la manopola della freccia.

    “Ah, fico. Ottimo, allora fai inversione vieni qui.”

    “Amico, sono un po’ stanco.”

    “Uhm, uhm; siamo al Vertigo. Quanto ci metti?”

    Sorrisi. Presi la prima a sinistra e proseguii verso la strada di casa.

    “Non credo tu mi stia ascoltando. Ho una doccia, una sigaretta e un calice di vino che mi stanno aspettando a casa.”

    “Uhm. Qui è proprio fico. Sai Hank, “il Grinta” è al terzo long Island. Ormai biascica rutti anziché parlare”

    “Fantastico” risposi io “credo che vi divertirete un sacco allora.”

    “Già. Ci vediamo qui tra 15 minuti”

    Un tizio mi tagliò la strada. Frenai di scatto, suonai e gli augurai di impiccarsi al più presto.

    “Oh, ci sei?”

    “Sì, un idiota con una cinquecento. Comunque, seriamente, non credo di venire”

    Jimmy Lopapera aka “Bellosguardo” era un amico, un fratello e soprattutto uno tosto. Girano tante voci in merito al suo soprannome; la maggior parte della gente pensa che lo strano nomignolo sia stato scelto per via dei suoi occhi chiari tagliati verso l’alto, il naso a punta e la bocca leggermente imbronciata. In realtà non tutti sanno che io e il Grinta coniammo quel nome, non tanto per il suo successo con le donne – dovuto più alla sfacciataggine che al “bello sguardo” – quanto per la scazzottata avvenuta al “Morgan”, un bel pub in periferia (siamo stati inseriti nella blacklist del locale e se ci vedono ancora in zona ci spremono come delle arance)  quando due tamarri con patacche scintillanti alle orecchie e doppia consonante incorporata per ogni parola, avevano deciso di guardarlo male. Jimmy, si avvicinò ai due incauti giovani, li fissò per un istante, trangugiò un sorso di rum&cola e disse testuali parole: “Ebbene. Mi guardate per via del mio bello sguardo?” Da quel momento, o meglio dalla scazzottata in avanti, Jimmy Lopapera è conosciuto con il nick di Bellosguardo.

    “Ah ah. Senti ti devo lasciare ora. C’è una biondina che mi fissa. Sbrigati a venire.” Jimmy detto Bellosguardo riagganciò. Lanciai il telefono da qualche parte sul cruscotto sospirando ma ancora deciso a recarmi a casa.

    È necessario aprire una piccola digressione. Vi confesso che non sono una persona particolarmente superstiziosa. Ho le mie teorie, certo; credo che le cose accadono in virtù di determinati meccanismi, non respingo talune ipotesi trascendentali, mi piace l’esoterico e mi lancio talvolta in esperienze mistiche. Però, se c’è una cosa che proprio non riesco a fare, anzi mi rifiuto con tutto me stesso, è quella di proseguire con la mia auto oltre la scia negativa tracciata da uno scaltro gattone nero spuntato all’improvviso in mezzo alla strada. In quei casi, generalmente, o accosto sulla destra in attesa che altri, al mio posto, assorbano quanto più di negativo il micio volesse condividere con lo sfortunato passante, o inserisco la retromarcia stando attento a non finire col sedere in qualche cofano, oppure – violando qualsiasi norma cautelare del codice stradale – mi involo in una inversione a U riprendendo la parallela di verso opposto. Chiusa parentesi.

    Il mio appartamento ormai non distava più di qualche isolato. Ma quel cazzo di gatto nero, decise di tagliarmi la strada proprio lì, all’incrocio, quella sera, in quel determinato momento. La situazione era davvero complicata e il coefficiente di nervosismo poteva desumersi dal tintinnio del mio anello che sbatteva sul pomello del cambio. Provai a ragionare: A) non potevo proprio fare retromarcia; B) non potevo accostarmi sulla destra e C) di sicuro, non potevo disintegrare il traguardo di sfiga che quel dannato felino avevo preparato per me. Tutti i miei piani erano saltati. Un effimero istante per mandare in fumo una serata tranquilla, in solitudine, con alcol, tabacco e musica.

    “Fanculo”

    Feci inversione calpestando la doppia striscia continua che separava le due corsie di marcia. Salii su per il ponte e, proseguendo per il centro, in quindici minuti fui davanti al Vertigo. Parcheggiai in una parallela del locale. Arrotolai del tabacco in cartina, leccai, strappai la cellulosa in eccesso e accesi con il mio inseparabile zippo. Uno sbuffo di fumo. Presi il cellulare e scrissi un messaggio. “Sono qui fuori a fumare”. Iniziai a gettare delle occhiate in giro, un po’ per abitudine, un po’ per riconoscere qualche faccia nota, un po’ perché mi è sempre piaciuto avere la situazione sotto controllo. Feci cadere della cenere per terra. Il cellulare vibrò dopo un minuto: “Bravo. E che cazzo aspetti ad entrare?” Feci un tiro intenso. Nonostante il vociare della gente distinsi lo sfrigolio della brace ardente. Strinsi la sigaretta tra medio e pollice, e come fosse una biglia, la gettai per strada. Cafone e anche maleducato, considerato che proprio a due passi c’era il posacenere incorporato nel cestino. Vabbè. Mi feci spazio tra occhi indagatori di ragazzi mezzi ubriachi, seni in vista ben sostenuti da push up eleganti e spalle di tizi ingombranti poco avvezzi alla presenza di persone. Varcai la porta d’entrata. Un grosso energumeno rasato con auricolare all’orecchio mi fece un cenno con la testa. Fui immediatamente investito dalla musica, dalle voci e dai colori sfumati sul rosso. Vidi Jimmy in lontananza; con una mano mi fece cenno di raggiungerli. Registrai un paio di sguardi, e con non poche difficoltà giunsi al loro tavolo. Bellosguardo mi abbracciò, Mi fece vedere lo stato in cui verteva il Grinta (n.b.: Il suo vero nome è Johnny Brown mi vi assicuro che quando parla sembra Jeff Bridges ubriaco in “il Grinta” dei Coen; di qui il soprannome “Grinta”).

    “Bè sì, è proprio uno sballo” commentai  vedendolo ballare come un cortigiano di corte in mezzo al locale. Elargiva inchini alle donne, ammiccava qua e là e quando s’accorse di me annuì con quel suo testone dai capelli arruffati, alzò il drink alla mia salute e iniziò a muoversi come un ancient punk.

    Io e Bellosguardo ci muovemmo verso il bancone.

    “Che bevi Hank?”

    “Uno sbagliato” Misi una mano sulla spalla del mio amico che ordinò subito uno sbagliato.

    “Hank, dobbiamo parlare di un bel po’ di cose lo sai vero?”

    “Uhm uhm”

    “Dobbiamo organizzarci per quel lavoretto, parlare di Londra, metterci d’accordo…”

    “Jim, non incominciare a stressarmi per cortesia” lo interruppi con un sorriso “se adesso sono qui, lo devi solo ad un dannato gatto merdoso che ha deciso di tagliarmi la strada a tre isolati da casa”

    “Ah ah. Hai visto quelle?” Bellosguardo aveva smesso di ascoltarmi dalla parola “sono”.

    “Si. E?”

    “Vedi che ci stanno guardando?”

    “Uhm.” In effetti ci stavano fissando.

    Il barman piazzò il drink su un tovagliolo blu. Un fetta d’arancia spuntava sul bordo del bicchiere.

    “Sei” disse il tizio.

    Gli passai una banconota da 10 e mi consegnò il resto.

    “Prima ho parlato con loro. Sembrano ben disposte.”

    Diedi un sorso al drink, tolsi la cannuccia nera che galleggiava per metà fuori e guardai il mio pazzo amico, con due lauree, tre brevetti e un sacco di voglia di scopare.

    Lanciai un’altra occhiata alle ragazze sedute al tavolo. Poi mi voltai verso il ballerino settecentesco, il nostro amico in comune. “Quello come ce lo portiamo?”

    “Grinta non è un problema. Tra 20 minuti sarà bello che collassato”

    “Sei sicuro che non siano puttane?”

    “Ti sembro un imbecille? No, dico, pensi che io sia un cretino? Non fare il paranoico.”

    Da parte mia non risposi.

    “Fidati, cazzo” ribattè.

    “Uhm. Vabbè. Andiamoci a parlare con queste signorine” dissi prendendo un altro sorso del mio cocktail.

    “Aspetta un istante” Bellosguardo si voltò verso il barman.”Mi fai una media rossa?”

    Il barman annuì, recuperò la colonna biconica di vetro e la riempì di fredda birra rossa schiumante. Prese un sottobicchiere e la servì al mio amico. “Cinque” disse allora il barman.  Jimmy fece un cenno con la testa. Iniziò a frugare nelle tasche, gli caddero per terra alcuni filtri e si avvicinò al mio orecchio “questo cazzone conosce solo numeri?” Sfilò una banconota da cinque e la consegno nelle mani bagnate del tizio. Brindammo e ci incamminammo verso le ragazze.

    “Hank, piacere”

    “Juli”

    “Hank”

    “April piacere”

    “Hank”

    “Fiamma”

    Ci sedemmo in mezzo a loro. Juli mora, April castano scuro, Fiamma bè…ovviamente rossa. Tre ragazze esteticamente diverse ma molto intriganti. Dunque. Juli con labbra carnose, pelle olivastra e profilo birmano ci osservava con attenzione. Muoveva la bocca in continuazione. April, pareva invece, un po’ distaccata; giocava con il cellulare, dondolava il piede sulla gamba accavallata ma manteneva uno stile impeccabile. Fiamma era la quinta essenza della bellezza. Occhi chiari, leggere lentiggini sulle goti e una boccuccia alla francese. La musica continuava a scorrere, così come l’alcol, le gambe lisce l’una sopra l’altra e le goccioline di condensa sui bicchieri.

    “È il tuo nome Hank o cosa?” chiese Fiamma appoggiando il gomito sul ginocchio scoperto. Indossava un completo nero e delle scarpe col tacco aperte. Unghie laccate rosso.

    “Dunque. Adoro i libri di Bukowski. Il suo alter ego in letteratura si chiama Hank. E io di nome faccio Enrik. Per professione scrivo. Perciò Hank ci è sembrato azzeccato.”

    “Già” annuì Bellosguardo. Sorrise, buttò giù un sorso di birra e si rivolse nuovamente alle ragazze. “Lo vedete quello? Quello che balla come una scimmia? Si, proprio quello.” Jim indicò Johnny. “Quello è il nostro amico Grinta.”

    Le chiacchiere continuarono per un po’. I drink pure, i soldi sfumavano come cenere al vento e le parole scivolavano esattamente come la birra nella pancia di Jimmy. Le ragazze erano carine e spigliate. Fiamma, in particolare, aveva uno sguardo intrigante. Poco dopo chiamammo a noi il nostro amico ubriaco, lo facemmo sedere; lui, per una questione d’etichetta, riservò un po’ di spettacolo per le femmine.

    Se me lo chiedessero risponderei che le cose andarono piuttosto bene; almeno fino a quando non decidemmo di andarcene. Non potrei affermarlo con certezza ma è possibile che ad una certa ora – il pub mi sembrava più vuoto – ci alzammo e uscimmo dal locale. Potevano essere le due, le tre. Boh. Ad essere sincero ho un ricordo piuttosto vago di quelle ore. Era tuttavia evidente che qualcosa di grosso doveva pur essere successo. Qualcosa che nessuno di noi tre era riuscito a controllare. Avete presente quando l’angoscia vi assale pur non conoscendone il motivo? Quando avete quel dannato presentimento che qualcosa deve succedere o è successa e non sapete di cosa si tratta? Bene. Era esattamente quella la sensazione che stavo provando appena aprii gli occhi: seduto con mani e piedi legati ad una sedia e addosso solo un paio di mutande nere. Le mie mutande nere.

    “Jim? Jim, sveglia!” Jim si trovava proprio di fianco a me, con la bava alla bocca e nelle stesse identiche condizioni. Le sue mutande però erano bianche.

    “Jim, cazzo!”

    “Ehm, ahm, err” biasciacò Bellosguardo aprendo gli occhi. Subito provò a divincolarsi. “Hank” disse con un cenno di voce. “E questo che cazzo significa?”

    “Che avresti potuto mettere dei calzini senza buchi ad esempio” risposi guardandogli i piedi. L’alluce spuntava dal calzino. Anche Jimmy guardò il proprio alluce. Lo agitò un pochino. “Uhm”.

    Rimase un secondo zitto. Poi d’un tratto mi fece una domanda.

    “Secondo te sono una brutta persona Hank?”

    “Jim, per piacere” stavo cercando di mantenere la calma“Ora dobbiamo cercare di liberarci e di uscire da questo posto.” Iniziai a maledire il gatto nero, le mie fissazioni e il mio amico deviato.

    “Oggi pomeriggio Margaret mi ha chiamato e, in lacrime, mi ha detto che sono una brutta persona” (n.b.: Margaret è la ex ragazza di Bellosguardo)

    “Jim ti prego. Stai tranquillo. Mente lucida, cazzo, mente lucida” – Dovete sapere che Bellosguardo ha un problema: nel post – sbornia soffre di disturbi compulsivi e di depressione acuta. Dimentica il luogo in cui si trova, perde cognizione del reale, diventa debole ed indifeso come un cerbiattino: è dannatamente difficile fargli recuperare il lume della ragione.

    “Io le ho risposto dicendole che lei è un coniglietto e io sono un furetto. E che un furetto non può stare con un coniglietto.” Jim si mise a frignare.

    “Porca puttana” commentai desolato guardando verso l’alto. La stanza era ben illuminata. C’era una porta di fronte a noi . “Si Jim hai fatto bene. Ora, però, non ci pensare” Risposi sospirando.

    “Ma lei era così dolce oggi quando mi parlava” ribattè Bellosguardo con la bava alla bocca.

    Mi voltai verso Jim. Era il momento di una dose cospicua di testosterone. “Tu sei Bellosguardo. Sei l’uomo dalle 2 lauree, dai tre brevetti e dalle palle quadrate. L’uomo che si mangia le donne con lo sguardo. L’uomo che la teoria del caos la gestisce in un triangolo, l’uomo che se vuole blocca l’effetto farfalla con battito di ciglia” «Cazzo questa volta l’ho detta proprio grossa» pensai.

    “Hai ragione” rispose lui con tono del tutto nuovo. “Ahhhhhh!!!” urlò con veemenza. “Dobbiamo liberarci da queste cazzo di corde!” Recuperare Bellosguardo si rivelò più facile del previsto. Tirai un sospiro di sollievo. Uno come lui sarebbe stato sicuramente utile in una situazione del genere.

    “Aspetta un secondo” dissi perplesso ricordando che inizialmente eravamo in tre ”dove cazzo è Johnny?”

    “Ah già è vero” rispose il mio amico “Il Grinta”

    “Johnny!”

    “Johnny!”

    Ci mettemmo a gridare il suo nome cercando di divincolarci.

    “Magari gli hanno aperto la pancia e gli hanno estratto degli organi” disse Jimmy scrollando la testa.

    “Johnny!” gridai ancora.

    “Probabilmente adesso gli stanno strappando l’arcata dentaria e gli stanno sfilando i bulbi oculari”

    “Jimmy, perdio! Taci!”

    “Johnny!”

    “John…”

    “La piantate di strillare brutti imbecilli? Sono qui, dietro di voi”

    Tirai un sospiro di sollievo. Quantomeno eravamo tutti interi. Non sapevamo né dove, né come, né perché ma eravamo vivi.

    To be continued…

    Nick

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