“Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, circostanze, organizzazioni, luoghi o avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o vengono utilizzati in modo fantasioso. Ogni riferimento a persone viventi o no, a circostanze o luoghi realmente esistenti è puramente casuale“
***
Ancora una decina di minuti e il piacere di varcare la porta di casa si sarebbe insinuato nel mio spirito. Con una birra in una mano e una sigaretta nell’altra avrei lasciato scivolare all’indietro il mio ciuffo, adagiando la testa sul bordo della mia nuova vasca da bagno, trasportato dal caldo cullare dell’acqua sapor miele. L’avevano installata proprio una settimana prima: una bella conca bianca in mezzo al bagno. Un lavandino piatto con annesso specchietto a forma di macchia, un cesso piccolo e tondeggiante posizionato all’angolo in fondo e un piccolo bidè proprio di fianco al marito (per chi non lo sapesse, il cesso è il coniuge maschile del bidè). Della musica rilassante avrebbe accompagnato le stanche palpebre nel loro lento declino verso il buio e, una volta spento il cellulare, avrei chiuso sino all’indomani i miei contatti con il mondo esterno. Una birra, però, non sarebbe stata forse la scelta più azzeccata. Magari un martini bianco o uno scotch. Meglio del rum o del Southern comfort. Anche del rosso, perché no. Sì, un bel rosso intenso. Avrei dato un occhio nel mia cantina – un mobiletto in legno preso all’IKEA con non più di dieci bottiglie di vino - per stappare qualcosa di adatto a celebrare il mio momento di completa emancipazione dal genere umano. Insomma, qualcosa per rinvigorire il palato e annebbiare la mente. Queste ed ad altre nobili immagini titillavano febbrilmente la mia mente intricata mentre guidavo la Z3 di seconda mano – acquistata l’anno prima ad un prezzo stracciato – con fare tranquillo, braccio appeso al finestrino, mento leggermente sollevato contro il vento della notte e mano appoggiata sul volante. Medio e anulare sbattevano a ritmo della musica indie-rock e il profumo d’erba bagnata provocato dagli annaffiatoi automatici mi trasmetteva sensazioni fanciullesche.
Superai il semaforo lampeggiante senza frenare, voltai a destra, presi la rotonda delle tangenziali – famosa per i coniglietti spiattellati a terra – inserii la terza e per una strana ragione (tutt’ora inspiegabile) il mio cellulare squillò – anziché vibrare come sempre in qualche tasca interna della giacca buttata sul sedile anteriore (n.b.: tolgo sempre la suoneria dal cellulare in modo da consentire al caso di farla da padrone tutte le volte che arriva una telefonata). Si trattò di un suono martellante, un trillo che avevo ormai dimenticato da tempo, un rumore che difficilmente avrei potuto sopportare ancora per molto. Il cervello mi suggerì quattro considerazioni: 1) rispondi, cazzo, perché questa ignobile melodia è insopportabile; 2) di sicuro è Bellosguardo, vorrà dirti qualcosa di divertente; 3) così impari ad ascoltare gli ammonimenti di tuo padre sul telefono senza suoneria; 4) vuoi muoverti a rispondere?
“Si…?”
“Hank!”
“Uhm, Bellosguardo!”
“Bè che fai?”
“Sto mettendo la freccia” risposi tirando giù con il mignolo la manopola della freccia.
“Ah, fico. Ottimo, allora fai inversione vieni qui.”
“Amico, sono un po’ stanco.”
“Uhm, uhm; siamo al Vertigo. Quanto ci metti?”
Sorrisi. Presi la prima a sinistra e proseguii verso la strada di casa.
“Non credo tu mi stia ascoltando. Ho una doccia, una sigaretta e un calice di vino che mi stanno aspettando a casa.”
“Uhm. Qui è proprio fico. Sai Hank, “il Grinta” è al terzo long Island. Ormai biascica rutti anziché parlare”
“Fantastico” risposi io “credo che vi divertirete un sacco allora.”
“Già. Ci vediamo qui tra 15 minuti”
Un tizio mi tagliò la strada. Frenai di scatto, suonai e gli augurai di impiccarsi al più presto.
“Oh, ci sei?”
“Sì, un idiota con una cinquecento. Comunque, seriamente, non credo di venire”
Jimmy Lopapera aka “Bellosguardo” era un amico, un fratello e soprattutto uno tosto. Girano tante voci in merito al suo soprannome; la maggior parte della gente pensa che lo strano nomignolo sia stato scelto per via dei suoi occhi chiari tagliati verso l’alto, il naso a punta e la bocca leggermente imbronciata. In realtà non tutti sanno che io e il Grinta coniammo quel nome, non tanto per il suo successo con le donne – dovuto più alla sfacciataggine che al “bello sguardo” – quanto per la scazzottata avvenuta al “Morgan”, un bel pub in periferia (siamo stati inseriti nella blacklist del locale e se ci vedono ancora in zona ci spremono come delle arance) quando due tamarri con patacche scintillanti alle orecchie e doppia consonante incorporata per ogni parola, avevano deciso di guardarlo male. Jimmy, si avvicinò ai due incauti giovani, li fissò per un istante, trangugiò un sorso di rum&cola e disse testuali parole: “Ebbene. Mi guardate per via del mio bello sguardo?” Da quel momento, o meglio dalla scazzottata in avanti, Jimmy Lopapera è conosciuto con il nick di Bellosguardo.
“Ah ah. Senti ti devo lasciare ora. C’è una biondina che mi fissa. Sbrigati a venire.” Jimmy detto Bellosguardo riagganciò. Lanciai il telefono da qualche parte sul cruscotto sospirando ma ancora deciso a recarmi a casa.
È necessario aprire una piccola digressione. Vi confesso che non sono una persona particolarmente superstiziosa. Ho le mie teorie, certo; credo che le cose accadono in virtù di determinati meccanismi, non respingo talune ipotesi trascendentali, mi piace l’esoterico e mi lancio talvolta in esperienze mistiche. Però, se c’è una cosa che proprio non riesco a fare, anzi mi rifiuto con tutto me stesso, è quella di proseguire con la mia auto oltre la scia negativa tracciata da uno scaltro gattone nero spuntato all’improvviso in mezzo alla strada. In quei casi, generalmente, o accosto sulla destra in attesa che altri, al mio posto, assorbano quanto più di negativo il micio volesse condividere con lo sfortunato passante, o inserisco la retromarcia stando attento a non finire col sedere in qualche cofano, oppure – violando qualsiasi norma cautelare del codice stradale – mi involo in una inversione a U riprendendo la parallela di verso opposto. Chiusa parentesi.
Il mio appartamento ormai non distava più di qualche isolato. Ma quel cazzo di gatto nero, decise di tagliarmi la strada proprio lì, all’incrocio, quella sera, in quel determinato momento. La situazione era davvero complicata e il coefficiente di nervosismo poteva desumersi dal tintinnio del mio anello che sbatteva sul pomello del cambio. Provai a ragionare: A) non potevo proprio fare retromarcia; B) non potevo accostarmi sulla destra e C) di sicuro, non potevo disintegrare il traguardo di sfiga che quel dannato felino avevo preparato per me. Tutti i miei piani erano saltati. Un effimero istante per mandare in fumo una serata tranquilla, in solitudine, con alcol, tabacco e musica.
“Fanculo”
Feci inversione calpestando la doppia striscia continua che separava le due corsie di marcia. Salii su per il ponte e, proseguendo per il centro, in quindici minuti fui davanti al Vertigo. Parcheggiai in una parallela del locale. Arrotolai del tabacco in cartina, leccai, strappai la cellulosa in eccesso e accesi con il mio inseparabile zippo. Uno sbuffo di fumo. Presi il cellulare e scrissi un messaggio. “Sono qui fuori a fumare”. Iniziai a gettare delle occhiate in giro, un po’ per abitudine, un po’ per riconoscere qualche faccia nota, un po’ perché mi è sempre piaciuto avere la situazione sotto controllo. Feci cadere della cenere per terra. Il cellulare vibrò dopo un minuto: “Bravo. E che cazzo aspetti ad entrare?” Feci un tiro intenso. Nonostante il vociare della gente distinsi lo sfrigolio della brace ardente. Strinsi la sigaretta tra medio e pollice, e come fosse una biglia, la gettai per strada. Cafone e anche maleducato, considerato che proprio a due passi c’era il posacenere incorporato nel cestino. Vabbè. Mi feci spazio tra occhi indagatori di ragazzi mezzi ubriachi, seni in vista ben sostenuti da push up eleganti e spalle di tizi ingombranti poco avvezzi alla presenza di persone. Varcai la porta d’entrata. Un grosso energumeno rasato con auricolare all’orecchio mi fece un cenno con la testa. Fui immediatamente investito dalla musica, dalle voci e dai colori sfumati sul rosso. Vidi Jimmy in lontananza; con una mano mi fece cenno di raggiungerli. Registrai un paio di sguardi, e con non poche difficoltà giunsi al loro tavolo. Bellosguardo mi abbracciò, Mi fece vedere lo stato in cui verteva il Grinta (n.b.: Il suo vero nome è Johnny Brown mi vi assicuro che quando parla sembra Jeff Bridges ubriaco in “il Grinta” dei Coen; di qui il soprannome “Grinta”).
“Bè sì, è proprio uno sballo” commentai vedendolo ballare come un cortigiano di corte in mezzo al locale. Elargiva inchini alle donne, ammiccava qua e là e quando s’accorse di me annuì con quel suo testone dai capelli arruffati, alzò il drink alla mia salute e iniziò a muoversi come un ancient punk.
Io e Bellosguardo ci muovemmo verso il bancone.
“Che bevi Hank?”
“Uno sbagliato” Misi una mano sulla spalla del mio amico che ordinò subito uno sbagliato.
“Hank, dobbiamo parlare di un bel po’ di cose lo sai vero?”
“Uhm uhm”
“Dobbiamo organizzarci per quel lavoretto, parlare di Londra, metterci d’accordo…”
“Jim, non incominciare a stressarmi per cortesia” lo interruppi con un sorriso “se adesso sono qui, lo devi solo ad un dannato gatto merdoso che ha deciso di tagliarmi la strada a tre isolati da casa”
“Ah ah. Hai visto quelle?” Bellosguardo aveva smesso di ascoltarmi dalla parola “sono”.
“Si. E?”
“Vedi che ci stanno guardando?”
“Uhm.” In effetti ci stavano fissando.
Il barman piazzò il drink su un tovagliolo blu. Un fetta d’arancia spuntava sul bordo del bicchiere.
“Sei” disse il tizio.
Gli passai una banconota da 10 e mi consegnò il resto.
“Prima ho parlato con loro. Sembrano ben disposte.”
Diedi un sorso al drink, tolsi la cannuccia nera che galleggiava per metà fuori e guardai il mio pazzo amico, con due lauree, tre brevetti e un sacco di voglia di scopare.
Lanciai un’altra occhiata alle ragazze sedute al tavolo. Poi mi voltai verso il ballerino settecentesco, il nostro amico in comune. “Quello come ce lo portiamo?”
“Grinta non è un problema. Tra 20 minuti sarà bello che collassato”
“Sei sicuro che non siano puttane?”
“Ti sembro un imbecille? No, dico, pensi che io sia un cretino? Non fare il paranoico.”
Da parte mia non risposi.
“Fidati, cazzo” ribattè.
“Uhm. Vabbè. Andiamoci a parlare con queste signorine” dissi prendendo un altro sorso del mio cocktail.
“Aspetta un istante” Bellosguardo si voltò verso il barman.”Mi fai una media rossa?”
Il barman annuì, recuperò la colonna biconica di vetro e la riempì di fredda birra rossa schiumante. Prese un sottobicchiere e la servì al mio amico. “Cinque” disse allora il barman. Jimmy fece un cenno con la testa. Iniziò a frugare nelle tasche, gli caddero per terra alcuni filtri e si avvicinò al mio orecchio “questo cazzone conosce solo numeri?” Sfilò una banconota da cinque e la consegno nelle mani bagnate del tizio. Brindammo e ci incamminammo verso le ragazze.
“Hank, piacere”
“Juli”
“Hank”
“April piacere”
“Hank”
“Fiamma”
Ci sedemmo in mezzo a loro. Juli mora, April castano scuro, Fiamma bè…ovviamente rossa. Tre ragazze esteticamente diverse ma molto intriganti. Dunque. Juli con labbra carnose, pelle olivastra e profilo birmano ci osservava con attenzione. Muoveva la bocca in continuazione. April, pareva invece, un po’ distaccata; giocava con il cellulare, dondolava il piede sulla gamba accavallata ma manteneva uno stile impeccabile. Fiamma era la quinta essenza della bellezza. Occhi chiari, leggere lentiggini sulle goti e una boccuccia alla francese. La musica continuava a scorrere, così come l’alcol, le gambe lisce l’una sopra l’altra e le goccioline di condensa sui bicchieri.
“È il tuo nome Hank o cosa?” chiese Fiamma appoggiando il gomito sul ginocchio scoperto. Indossava un completo nero e delle scarpe col tacco aperte. Unghie laccate rosso.
“Dunque. Adoro i libri di Bukowski. Il suo alter ego in letteratura si chiama Hank. E io di nome faccio Enrik. Per professione scrivo. Perciò Hank ci è sembrato azzeccato.”
“Già” annuì Bellosguardo. Sorrise, buttò giù un sorso di birra e si rivolse nuovamente alle ragazze. “Lo vedete quello? Quello che balla come una scimmia? Si, proprio quello.” Jim indicò Johnny. “Quello è il nostro amico Grinta.”
Le chiacchiere continuarono per un po’. I drink pure, i soldi sfumavano come cenere al vento e le parole scivolavano esattamente come la birra nella pancia di Jimmy. Le ragazze erano carine e spigliate. Fiamma, in particolare, aveva uno sguardo intrigante. Poco dopo chiamammo a noi il nostro amico ubriaco, lo facemmo sedere; lui, per una questione d’etichetta, riservò un po’ di spettacolo per le femmine.
Se me lo chiedessero risponderei che le cose andarono piuttosto bene; almeno fino a quando non decidemmo di andarcene. Non potrei affermarlo con certezza ma è possibile che ad una certa ora – il pub mi sembrava più vuoto – ci alzammo e uscimmo dal locale. Potevano essere le due, le tre. Boh. Ad essere sincero ho un ricordo piuttosto vago di quelle ore. Era tuttavia evidente che qualcosa di grosso doveva pur essere successo. Qualcosa che nessuno di noi tre era riuscito a controllare. Avete presente quando l’angoscia vi assale pur non conoscendone il motivo? Quando avete quel dannato presentimento che qualcosa deve succedere o è successa e non sapete di cosa si tratta? Bene. Era esattamente quella la sensazione che stavo provando appena aprii gli occhi: seduto con mani e piedi legati ad una sedia e addosso solo un paio di mutande nere. Le mie mutande nere.
“Jim? Jim, sveglia!” Jim si trovava proprio di fianco a me, con la bava alla bocca e nelle stesse identiche condizioni. Le sue mutande però erano bianche.
“Jim, cazzo!”
“Ehm, ahm, err” biasciacò Bellosguardo aprendo gli occhi. Subito provò a divincolarsi. “Hank” disse con un cenno di voce. “E questo che cazzo significa?”
“Che avresti potuto mettere dei calzini senza buchi ad esempio” risposi guardandogli i piedi. L’alluce spuntava dal calzino. Anche Jimmy guardò il proprio alluce. Lo agitò un pochino. “Uhm”.
Rimase un secondo zitto. Poi d’un tratto mi fece una domanda.
“Secondo te sono una brutta persona Hank?”
“Jim, per piacere” stavo cercando di mantenere la calma“Ora dobbiamo cercare di liberarci e di uscire da questo posto.” Iniziai a maledire il gatto nero, le mie fissazioni e il mio amico deviato.
“Oggi pomeriggio Margaret mi ha chiamato e, in lacrime, mi ha detto che sono una brutta persona” (n.b.: Margaret è la ex ragazza di Bellosguardo)
“Jim ti prego. Stai tranquillo. Mente lucida, cazzo, mente lucida” – Dovete sapere che Bellosguardo ha un problema: nel post – sbornia soffre di disturbi compulsivi e di depressione acuta. Dimentica il luogo in cui si trova, perde cognizione del reale, diventa debole ed indifeso come un cerbiattino: è dannatamente difficile fargli recuperare il lume della ragione.
“Io le ho risposto dicendole che lei è un coniglietto e io sono un furetto. E che un furetto non può stare con un coniglietto.” Jim si mise a frignare.
“Porca puttana” commentai desolato guardando verso l’alto. La stanza era ben illuminata. C’era una porta di fronte a noi . “Si Jim hai fatto bene. Ora, però, non ci pensare” Risposi sospirando.
“Ma lei era così dolce oggi quando mi parlava” ribattè Bellosguardo con la bava alla bocca.
Mi voltai verso Jim. Era il momento di una dose cospicua di testosterone. “Tu sei Bellosguardo. Sei l’uomo dalle 2 lauree, dai tre brevetti e dalle palle quadrate. L’uomo che si mangia le donne con lo sguardo. L’uomo che la teoria del caos la gestisce in un triangolo, l’uomo che se vuole blocca l’effetto farfalla con battito di ciglia” «Cazzo questa volta l’ho detta proprio grossa» pensai.
“Hai ragione” rispose lui con tono del tutto nuovo. “Ahhhhhh!!!” urlò con veemenza. “Dobbiamo liberarci da queste cazzo di corde!” Recuperare Bellosguardo si rivelò più facile del previsto. Tirai un sospiro di sollievo. Uno come lui sarebbe stato sicuramente utile in una situazione del genere.
“Aspetta un secondo” dissi perplesso ricordando che inizialmente eravamo in tre ”dove cazzo è Johnny?”
“Ah già è vero” rispose il mio amico “Il Grinta”
“Johnny!”
“Johnny!”
Ci mettemmo a gridare il suo nome cercando di divincolarci.
“Magari gli hanno aperto la pancia e gli hanno estratto degli organi” disse Jimmy scrollando la testa.
“Johnny!” gridai ancora.
“Probabilmente adesso gli stanno strappando l’arcata dentaria e gli stanno sfilando i bulbi oculari”
“Jimmy, perdio! Taci!”
“Johnny!”
“John…”
“La piantate di strillare brutti imbecilli? Sono qui, dietro di voi”
Tirai un sospiro di sollievo. Quantomeno eravamo tutti interi. Non sapevamo né dove, né come, né perché ma eravamo vivi.
To be continued…
















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