24 febbraio 2010
365 GIORNI CON LAUREN WITHROW

Intervista di Pierpaolo Bironi da Wait!Magazine n°27

Lauren Withrow è una ragazza americana che vive in Texas in una cittadi- na chiamata Mckinney e da sempre ha una passione: fotografare. E’ la fotografia a scandire la sua vita, le sue emozioni, fino alla decisione di realizzare un progetto davvero singolare: immortalare sulla pellicola un anno di se stessa, con uno scatto al giorno per 365 giorni. E lo ha fatto sul serio. Le sue foto crescono di qualità con il passare dei giorni, e lei comincia a perfezionare il suo stile passando attraverso corsi di fotografia e certezze professionali. Questo talento e le sue doti sono state notate da molti in rete e WAIT! che da sempre, per filosofia, vuole essere talent scout e amicodei giova- ni artisti, ha deciso di rintracciare questa pro- metente fotografa free lance e farle qualche domanda, sicuro che presto si sentirà parlare di lei.

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P. Lauren parlaci brevemente di te e del tuo sogno.

L. Ho la passione della fotografia da sempre e sogno di poter, con i miei scatti, mostrare il mio mondo di emozioni. Vorrei diventare una fotografa affermata e creare un mio stile, che possa essere a sua volta di influenza per altri giovani artisti. La fotografia è unʼestensione di tutto il mio essere, di quello che sono. E’ proprio da questo che è partito il progetto 365: rappresentare senza alchimie, senza sotterfugi, senza filtri, la vita di una persona. In questo caso la mia, non per essere al centro dellʼattenzione o perché sono narcisista ed egocentrica, ma semplicemente perché è più semplice rappresentare me stessa che qualsiasi altro.

P. Quando scatti cosa pensi, cosa vedi nella tua testa?

L. Non te lo posso dire con precisione perché passano una miriade di pensieri che si accumulano e si traducono poi nello scatto finale.

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P. Che tecniche utilizzi per comporre una foto, se ce ne sono?

L. Nessuna tecnica. Cerco di catturare un momento, di imprigionare un istante. Mi concentro solo su quello. Eʼ tutto automatico, le variabili sono il luogo in cui mi trovo, la situazione ed il tipo di immagine che mi trovo davanti.

P. Ti ispiri a qualche modello?

L. In realtà a nessuno, cerco di fare qualcosa di nuovo e bello. Diverso da tutto.

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P. Chi è per te Lauren Withrow?

L. Una ragazza con tanti sogni e con una passione infinita per la fotografia.

P. Professionalmente sei nata da poco, sei una free lance, parlami dei tuoi progetti.

L. Ho studiato fotografia per due anni: un corso di foto in studio e uno di digitale. Sto cercando di organizzare un nuovo portfolio e una mostra che però ora è lon- tana. Recentemente ho inaugurato il mio sito ufficiale: www.laurenwithrow.com.

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P. Cosa consigli a chi, come te, vuole sfondare e magari ha perso le speranze?

L. Consiglio di non perderle. Di crederci, e continuare per la propria strada. Fare foto su foto seguire un progetto e portarlo a termine, trovare un modo di farsi cono- scere e farsi vedere senza paura, il resto, se si è bravi e si ha talento viene da sè.

P. Cosa ti aspetti dal futuro?

L. Spero di migliorare, di diventare veramente una fotografa professionista. Vorrei trovare il mio stile e trasmetterlo ad altri, suscitare pensieri ed emozioni con i miei scatti e crescere nella qualità delle mie foto. La cosa certa è che non voglio essere un granello di sabbia disperso nel mondo. Voglio distinguermi, ispirare, diventare grande.

Noi di Wait! non possiamo che farle il nostro più grande in bocca al lupo.

AnnaV

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22 febbraio 2010
PIGCHIC T-SHIRT COLLECTION

Conosco Demetra Dossi, creatrice del blog PigChic (lo trovate nei preferiti di Wait!) da parecchio tempo. Ad accomunarci la passione per il nostro lavoro di blogger e i tormentati studi in giurisprudenza.

Oggi scopro con sorpresa che Demetra non si accontenta di essere studentessa a blogger, ed ha deciso di creare una linea di tees, vendute per ora solo online, direttamente nel PigChic Store suo sito. La linea è composta da cinque tees, tre dedicate a importanti nomi nel mondo della moda e due ironiche e divertenti slogan t-shirts ovviamente inerenti al fashion system. La collezione è unisex e molto versatile: le t-shirt possono essere indossate sia di giorno che di sera, sia sopra un paio di jeans che come vestito.

Mi hanno colpita subito, per la cura e l’amore che riesco chiaramente a vedere. Non mi sono lasciata scappare l’occasione di parlarne con Demetra, per saperne qualcosa di più.

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A. Parlaci di questo nuovo progetto. Da dove è nata l’idea di realizzare una linea di tees?

D. L’idea di creare una collezione di magliette mi è venuta in mente l’ultimo anno di liceo ma per un motivo o per un altro sono sempre stata costretta a posticipare. A dicembre però mi sono decisa e, spronata da amici e parenti, ho incominciato a buttare giù le prime idee e i primi bozzetti portando finalmente a termine il progetto qualche settimana fa.

A. Hai disegnato tu le grafiche?

D. Si le ho disegnate io. Mi sono divertita molto a realizzarle perché mentre la faccia di Giorgio Armani mi è venuta subito, quelle di Naomi Campbell e Gemma Ward no, ho dovuto fare molte prove prima di ottenere un risultato soddisfacente. Ogni volta che terminavo un disegno lo facevo vedere al mio fidanzato e insieme lo confrontavamo con le foto da cui avevo tratto spunto. Il più delle volte il viso che avevo disegnato era completamente diverso da quello del personaggio.

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A. Qual’è stata, nella fase di progettazione, l’ispirazione più grande? C’è stato un momento in cui hai pensato: “Sì, questa è la frase/grafica giusta!”?

D. Non c’è stato un momento preciso, sono partita con due modelli, quello di Naomi e quello di I’m polytheistic, e poi gli altri tre sono venuti di conseguenza. Guardando la tv, sfogliando riviste, parlando con gli amici, è così che le idee mi sono venute. Mi ricordo che la frase Pink si dead mi è venuta una sera prima di andare a dormire mentre mi stavo lavando i denti mentre quella di Giorgio mentre stavo studiando!

A. Qual’è la difficoltà più grande che hai incontrato fin’ora?

D. Riuscire a conciliare tutto. Studiare, lavorare, curare il blog e dedicarmi alla collezione non è semplice, riuscire a trovare il tempo per fare tutto è davvero difficile. A volte penso di esagerare, di fare e di voler fare troppe cose, ma del resto sono io che l’ho voluto e non rimpiango alcuna scelta.

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A. E l’incoraggiamento più bello che ti hanno fatto?

D. Fino ad oggi ho ricevuto molti incoraggiamenti, ma se devo essere sincera l’incoraggiamento più grande me lo danno ogni giorno le persone che non credono nel mio progetto, che non pensano che la linea avrà successo. Sono proprio loro che mi spronano a dare il massimo.

A. Come si evolverà questo progetto?

D. Spero che sia la chiave di accesso per molte altre opportunità. In questo momento c’è qualche possibile proposta di collaborazione nell’aria ma per adesso preferisco non dire nulla e incrociare le dita.

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A. Studentessa, blogger ed ora pure stilista. Ma cosa vuole fare Demetra da grande?

D. Bella domanda. All’asilo sognavo di diventare una dottoressa, alle elementari una giornalista, alle medie volevo entrare in politica e alle superiori volevo fare la veterinaria. Alla fine mi sono ritrovata a studiare giurisprudenza sognando di diventare una giornalista di moda. Una volta laureata vorrei continuare a inseguire il mio sogno e lavorare in questo mondo. La moda mi piace a 360°, spero di riuscire a cogliere tutte le opportunità che mi verranno offerte, voi intanto incrociate le dita per me.

AnnaV

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21 gennaio 2010
DIANA DEBORD

Per descrivere il “mondo fotografico” di Diana Debord potrebbero essere usate tante parole. Le migliori, per me, sono quelle che lei stessa usa per i nomi delle sue gallery: “Season of the witch“, “Ophelia’s Dream“, “Lunar“, “Sur Les Fantomes“… Ed è davvero un mondo onirico il suo, a cavallo fra favola e incubo, dove lei stessa si muove come una Alice in Wonderland gotica e misteriosa. Abbiamo scambiato due chiacchiere.

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A. Raccontami qualcosa di te. Chi? Dove? Come? Perchè?

D. Mi chiamo Diana e sono nata in un orwelliano 1984. La città nella quale sono nata e cresciuta è Novara (città che dorme ma non sogna…). Ho iniziato a fotografare per rispondere all’esigenza di esprimermi e comunicare con le altre persone tramite i miei lavori.

A. La tua prima macchina fotografica? La ricordi?

D. La mia prima fotocamera mi fu regalata quando avevo all’incirca 8 anni. La conservo tutt’ora come ricordo di un periodo in cui quella scatoletta nera mi si svelò per ciò che era: non un giocattolo ma uno strumento magico, capace di intrappolare semplici oggetti, animali, volti, alberi, rendendoli immortali e particolari.

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A. Ed ora, qual’è il tuo strumento privilegiato per fotografare?

D. Ho riscoperto la fotografia circa 4 anni fa, e da allora la mia passione è cresciuta di pari passo con l’esigenza di sperimentare. Per questo utilizzo sia digitale che analogico, prediligendo quest’ultimo perchè lo considero un mezzo più immediato e affascinante. Oltre ad una reflex a pellicola che utilizzo principalmente per scatti in bianco e nero, sperimento con alcune macchine Lomo come Holga, Fisheye, Supersampler e la mia adorata Polaroid degli anni’80. Il digitale lo uso soprattutto per gli autoscatti, e per far risaltare i colori che per me sono importantissimi.

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A. Definisci in cinque parole le tue fotografie.

D. Sognanti, eteree, colorate, decadenti, spontanee.

A. Da chi/cosa trovi ispirazione nel tuo lavoro?

D.Trovo ispirazione sia dalla vita quotidiana (concetti, sogni, sensazioni, esperienze) che nell’arte, nella quale mi circondo il più possibile: i miei artisti preferiti sono Gustav Klimt, Alfons Mucha e i Preraffaelliti.

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A. Cos’è per te la bellezza?

D. Credo che il significato di bellezza sia molto più profondo di quello che ogni giorno i media ci presentano. La bellezza per me non è ovvietà o perfezione estetica; al contrario eccentricità, naturalezza, spontaneità, e una certa “stranezza nelle proporzioni” per citare Bacon.

A. La soddisfazione più grande, per ora, del tuo lavoro?

D. Fino ad ora ho partecipato a numerosi progetti e mostre, ma le più grandi soddisfazioni sono sicuramente la partecipazione con alcuni miei lavori al libro “Poetic Terrorism” - una raccolta di autoritratti di 37 artiste da tutto il mondo; la collettiva “Bruciare i ponti della ritirata” in omaggio a Majakovskij e la mia prima mostra personale intitolata “Il Sogno di Ofelia”.

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A. Come ti vedi da qui a 10 anni?

D. Da qui a 10 anni spero di avere ancora tanta voglia di creare e sperimentare, magari prendendo strade differenti da quella odierna ma mantenendo sempre la capacità di sognare.

AnnaV

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19 gennaio 2010
WAIT! INTERVISTA JACOPO J. MOSCHIN

Intervista di Manuela Pizzichi da Wait! Magazine n° 27

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Wait! e la sottoscritta, sono orgogliosi di presentarvi Jacopo J. Moschin. Giovane artista della fotografia, fresco della sua prima personale alla Donec Capiam Studio, prestigiosa galleria milanese che  ha ospitato le sue opere fino al 19 dicembre. Abbiamo avuto il piacere di conoscerlo personalmente proprio lì, accanto ai suoi lavori. Scatti sfumati di ragazzi altrettanto indefinibili e sfuggenti, protagonisti di un’esistenza introspettiva quanto leggera. La capitale inglese qui è più che un semplice sfondo. ”East London Boys” è il ritratto di una realtà a parte, precisa e definita, che Jacopo ha scelto raccontare attraverso il suo obiettivo e di certo non per caso. Ma voglio saperne di più da lui.

M. Ciao Jacopo, raccontami un pò di questo tuo ultimo progetto: l’ispirazione da cui è nato, come ha gradualmente preso forma…Perchè proprio quelle strade, quei volti, quei locali?

J. Avendo vissuto a Londra e tornandoci spesso per lavoro e per piacere, mi sono interessato all’atmosfera che si respira ad Hackney e Shoreditch. Ci vivono molti talenti creativi, ogni due vie c’è una galleria d’arte e i giovani che ci vengono a stare riflettono molto l’ambiente libero, dinamico, sensibile. Ad ogni modo non è stata fatta nessuna selezione di volti per il mio lavoro, sono tutti ragazzi che abitano e vivono lì, si sentono liberi di sperimentare, sono molto appassionati, cordiali, e sono quasi tutti naturalmente good-looking. Tuttavia le fotografie esposte sono state selezionate una per una da alcune serie più vaste che ho scattato, e sono volutamente atemporali, molto delicate e morbide, introspettive, con scarsissimi riferimenti architettonici. Sono ritratti: sempici, calmi, profondi. Niente retorica e niente concetti altisonanti e fuori luogo. Tutto ciò che c’è da dire, è appeso lì, glielo si legge nei volti.

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M. A che è età e con quale modello di macchina è nato l’amore per la fotografia?

J. Sono sempre stato affascinato dalla fotografia, così come dal cinema. Ho cominciato in pellicola, la prima macchina che ho usato è stata una Pentax MX cromata, roba da primi anni 80, l’ho appena riutilizzata due giorni fa per un servizio. Anche tutte le fotografie esposte sono state fatte in pellicola.

M. Sei uno dei fotografi piu giovani, forse il più giovane, di moda in Italia ma il tuo stile è particolarmente nostalgico e poco incline alla modernità banale e forzata di molti tuoi colleghi…

J. Sono decisamente “old school”, per via della pellicola certo ma anche di una certa propensione al classico e al valore della fotografie di essere, quando sono fatte bene, “senza tempo”. Per me é ancora un lavoro artiginale, molto manuale, come mettere mano al motore della moto.

M. Parlami del concetto di Bellezza…In cosa cerchi la cerchi? Che forma prende in un tuo scatto?

J. La Bellezza è un concetto molto vasto, anche se ci sono dei canoni specifici e delle tradizioni consolidate, specie nella fotografia. Io la cerco in quello che mi piace fotografare, accanto ad altri temi come la giovinezza, la nostalgia, la delicatezza, la sensualità, la forza, la fragilità, la ribellione. Tutto questo insieme riassume la mia fotografia attuale.

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M. Facciamo un passo indietro. Com’è iniziata la tua avventura creativa e professionale?

J. Imparando a conoscere il mezzo e scattando tante fotografie. Leggendo, sfogliando, guardando, e facendomi delle domande. Con della passione. Poi sono particolarmente nervoso come persona, nel senso che ho bisogno di fare e incanalare le energie da qualche parte, altrimenti mi incupisco, e non mi è salutare. D’altronde per salire di piano dei gradini li devi pur fare.

M. Ho sbirciato il tuo sito per bene… Impossibile non soffermarsi sulla sezione Portraits. Scatti di personaggi pubblici, provenienti da mondi molto diversi uno dall’altro. L’uso esclusivo del bianco e nero mi è sembrata un’ottima scelta, amplifica l’ identità personale dei soggetti e della loro storia. Mi piacerebbe sapere le circostanze particolari che ti hanno portato a ritrarre alcuni di loro e le emozioni che questa cosa ti ha dato.

J. Semplicemente non ho fatto solamente il fotografo nella mia vita. E questo mi ha aiutato a venire in contatto anche con realtà diverse. Sono profondamente legato e affezionato al cinema, ad esempio, o al giornalismo, per motivi molto personali. Mi pareva interessante unire i vari aspetti, sviluppare, darsi delle possibilità. Fotografare dei personaggi che hanno delle storie è in assoluto una delle cose che preferisco. Ma al di là della fotografia mi piace parlarci, capirli, inserirli nella storia. Sono persone che hanno spesso delle passioni forti: artisti, scrittori, pittori, musicisti. Come si fa a non interessarsene?

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M. L’arte spesso prende molte forme…ci sono altri mezzi che usi per esprimerti o passioni e situazioni di cui non potresti fare a meno quasi quanto la tua macchina fotografica?

J. Sono appassionato di design d’interni e art direction. E sono stato cresciuto a cinema e letteratura. Col tempo ho poi sviluppato una forte passione per l’arte, specialmente quella contemporanea. Trovo che ci sia del bello ovunque ci sia della passione. La boxe ad esempio è uno sport che mi piace moltissimo, è veramente la nobile arte. Per indole poi sono curioso di tutto, anche della cucina o della finanza. Moltissimo inoltre della moda, altrimenti non riuscirei a fotografarla. E poi il mare, la surf culture, un po’ di spensieratezza e la musica. Non posso rinunciare ad avere tutti questi interessi e penso che se non li avessi, le mie fotografie perderebbero molto di quello che hanno.

AnnaV

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04 gennaio 2010
EMMA TRAVET: “VOGLIO SCRIVERE PER VANITY FAIR”

Intervista di Annalisa Varesi da Wait! Magazine n° 27

Erica Vagliengo, aka EmmaT, è una giovane giornalista pubblicista torinese con un grande sogno: “Scrivere per Vanity Fair”. Ha scritto un romanzo, e cercava dispe- ratamente un editore che volesse darle un po’ di fiducia e pubblicarlo. Ma restare con le mani in mano neanche a parlarne! In attesa che si smuovessero le acque, Erica ha iniziato a cercarsi da sola un po’ di visibilità, come fanno in molti, con i social network, ma con tanta passione e caparbietà in più. Un’ autopromozione in piena regola, con tanto di eventi, mostre e merchandising ufficiale. In tanti hanno risposto alla sua chiamata, perché diciamocelo, rimane- re indifferenti ad EmmaT e al sue entusiasmo non è facile. E poi finalmente, poche settimane fa…

Foto di Massimo Milanese.

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Comincerei dicendo che la tua è un’avventura a lieto fine. Ma come è cominciata? La mia avventura è cominciata nel 2007, quando ho incontrato alcuni creativi su myspace, che mi hanno dato interessanti idee per realizzare il progetto EmmaT: esempio innovativo di self marketing applica- to alla promozione di un libro non ancora esistente. In pratica, ho usato myspace, il blog emmatvanity.style.it e facebook per far vivere il mondo della protagonista e creare curiosità. Ho usato internet per testare il mio progetto e anche per trovare lʼeditore.

L’idea dell’autopromozione - esempio perfetta- mente riuscito di “guerriglia marketing”- come ti è venuta? Ho studiato un poʼ di marketing e mi interessa tutto quanto ruota attorno a questo mondo. Però adoro anche lʼarte contemporanea, che mi ha portato alla Biennale di Venezia nel 2005 e mi ha fatto incontrarele opere di un collettivo di artiste che sfruttavano la guerriglia marketing per autopromuoversi. Lì è stato un flash. Ho pensato:Quando scriverò il mio libro, voglio usare anche questo modo di promuoversi.Poi, nel 2007, ho visto delle opere di Obey Giant (ndr. Shepard Fairey), ho studiato il suo sito e così è nata lʼidea del selfmarketing applicato al mio libro.

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C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare tutto? Mollare tutto, no, perché EmmaT è la mia creatura e ancora mi diverto a farla vivere sul web e in giro per il mondo. Ma ho avuto un attimo di scazzo(se mi permetti) a gennaio 2009. Ero da tre mesi su Facebook come Emma Travet e passavo più tempo a cancellare e-mail idiote che altro. Poi, ho incontrato dei giornalisti che si sono interessati al mio progetto e mi hanno dato dritte utilissime. Da lì sono diventata amica di amicied ho capito, dai loro commenti, che sarei dovuta andare avanti.

Poi, finalmente, la pubblicazione. Dopo aver spedito, in un anno, il manoscritto a 33 case editrici, lo scorso anno, ad otto- bre, ho detto Basta, io mi fermo qui.E sai che lʼultima alla quale ho mandato il libro, è stata poi quella che mi ha pubblicato? E lʼeditore mi seguiva da gennaio anche su Facebook.

Parlaci del tuo romanzo in 5 aggettivi. Frizzante, ironico, leggero ma non stupido, contemporaneo.

Infine, sul fronte Vanity Fair ci sono novità? Premessa: è da due anni che seguo il blog di Vanity Fair su style.it. Gli ho scritto qualche volta, poi, lo scorso anno, sono andata in redazione a Milano a consegnargli un pacchetto con spillette e adesivi EmmaT. Ritornando ad oggi: a settembre ero alla sfilata di Blumarine con Lidia, una mia amica fotografa. Appena sedute ci accorgiamo che nel parterre cʼerano tutti, ma proprio TUTTI i direttori delle riviste italiane di moda più note. Dopo pochi attimi inquadro Luca Dini. Così a fine sfilata sono andata a presentarmi e gli ho chiesto un appuntamento in redazione. Dopo una settimana ho chiamato la sua segretaria e sono andata allʼincontro il 20 ottobre. Abbiamo chiacchierato per 40 minuti. Adesso dovrei ritornare a Milano a breve, a portargli il libro. Il restochi lo sa? Ad ogni modofinger cross.

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E noi di Wait le teniamo incro- ciate con te!

emmat_vanity@hotmail.com

emmatvanity.style.it

www.myspace.com/emmat_vanity (da dove tutto è partito)

www.emmatravet.it

AnnaV

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17 dicembre 2009
MALPH PHILOSOPHY

Intervista si Marco Bianchi da Wait! Magazine n° 26

Luca Gregorio, lo stilista che si cela dietro il marchio Malph, è un amico. Quasi un fratello. Lo conobbi, quando ancora ragazzino, volantinava accompagnato da graziose fanciulle in C.so di Porta Tcinese a Milano. Allora, già allora, ci credeva tantissimo, anche quando stampava il suo logo a casa, con la pressa a caldo, su felpe della Fruti Of The Loom… Oggi Luca, ne ha fatta di strada, ed è, con il suo prodotto semplice ma soprendente, efficace e di qualità…uno degli ‘enfant prodige’ dello streetwear italiano. Era ora di intevistarlo.

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M. Quando nasce la storia di Malph e perchè questo nome?

L. Nel 2004 ho vissuto alle Hawaii e facevo una sorta di scuola dove avrei dovuto imparare inglese e surf. Un giorno un’onda di 3m mi frattura una spalla e mi costringe a rimanere a casa immobile e depresso, fino a quando un giorno vedo la puntata di Happy Days con Ralph Malph che, a differenza di Fonzie e di Ricky Cunningam, mi ha colpito di piu’ per il suo modo di fare fuori dagli schemi. Da allora, tornato in italia nell’inesperienza piu’ totale del settore moda, ho cominciato a fare teeshirt e felpe. NB: comunque tu Marco poi testimoniare il mio inizio, no?

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M. Parliamo del brand. ‘Felperia di ricerca lucida, brillante’. Così ti definisci. Cosa vuol dire?

L. La forza di Malph e’ la ricerca e l’applicazione su felpa dei materiali piu’ incredibili come scotch da pacchi, pezzi di divani o pattini da ghiaccio, prato sintetico, sacchi della pattuniera, zanzariere, 1000 bolle antiurto, rete stradali, etc.. L’ispirazione e’ la vita comune, quotidiana: le idee vengono girando per magazzini o supermercati, cantieri, industrie, case di amici, mercatini. Niente di Malph e’ uguale agli altri. Malph e’ la naturale inclinazione in un mondo troppo dritto e standard…per questo anche il logo e’ leggermente storto!

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M. Chi è Luca Gregorio, quanti anni ha, da dove viene e dove vuole andare?

L. Sono un milanese adottato per amore dalla splendida Pavia. Non ho mai studiato grafica o moda, e soprattutto non mi sarei mai immaginato di fare un lavoro del genere. Non posso nascondere la mia eta’: chi conosce bene Malph sa che identifico le collezioni con il numero dei miei anni. Per i 30 anni abbiamo pensato di stamparlo grosso prendendo in giro il filone dei numeri universitari, ma con lo stile dello scotch da pacchi, il cuore pulsante di Malph da qualche stagione.

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M. Anche il tema del riciclo, è oggi un tema molto sentito e importante. Fare business e stile con scarti di produzione è qualcosa di fantastico. Io penso subito alla storia dei fratelli Freitag e delle loro borse riciclate coi teloni del camion. A te come è venuta l’idea?

L. Freitag e Momaboma per me sono avanti un bel po’. L’idea del riciclo nasce sempre da 2 esigenze ben distinte: la prima, in linea con le possibilita’ economiche del brand e’ quella di usare materiali facilmente riconoscibili, reperibili quasi a costo zero e talmente particolari da dare un valore aggiunto al capo stesso; la seconda e’ quella di partecipare, anche se in minima parte, alla causa del riutilizzo e della salvaguardia del pianeta. Qualche anticipazione sulla prossima estate: abbiamo usato il materiale dei gommoni da mare, alcuni magazine erotici anni ‘60 e tanti pezzi di scotch!

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M. Ora una sviolinata. Come fanno i tuoi capi ad avere dei tessuti così morbidi? Io raramente ho toccate felpe di questa qualità. A volte sembra cachemire…

L. Una felpa Malph deve avere buone idee, ottime vestibilita’ e deve essere bella da toccarsi e da farsi toccare!

M. Il logo Malph. E’ onnipresente. Eppure, un cosa che, potrebbe sembrare scontata, banale elemento tipico ma trito e ritrito all’interno dello streetwear è diventato il tuo punto di forza e qualcosa di molto originale. Mi riferisco soprattuto alla continua reinterpreatazione del logo, con materiali particolari…

L. La cosa e’ voluta. Niente faccine, animaletti, cuoricini e quant’altro legati al logo. Giochiamo con la scritta Malph e tutte le sue infinite declinazioni con materiali inusuali per passare il concetto di una felperia sofisticatamente basica.

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M. In quanti punti vendita si trova il prodotto oggi in Italia?

L. 150 punti vendita in italia con una distribuzione molto alta ed esclusiva. Alcuni esempi: Luisa Via Roma a Firenze, Sugar ad Arezzo, Nugnes a Trani, Barberia a Mestre, Jack a Torino, Spinnaker a Genova, Ragnetti ad Ancona, Mister Gal a Bologna e un certo SuperFly a Pavia…

M. Un consiglio a qualche giovane stilista che vuole lanciare il suo marchio?

L. Fallo e non mollare!

M. Quante volte hai pensato di lasciare, e quante volte hai trovato la forza di andare avanti?

L. Sara’ banale ma c’e’ da premettere che questo e’ un settore difficile. Per me mollare vorrebbe dire non solo rinunciare a un lavoro ma anche a un sogno, a un progetto di vita.

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M. Idee ed evoluzione del prodotto ‘Malph’? Vedremo altri prodotti? Parlo di accessori, calzature, camicie ecc..

L. Malph e’ fermo sostenitore del concetto di specializzazione: continuiamo con quello che abbiamo sempre fatto e sappiamo fare meglio, le felpe. L’evoluzione della specie e’ la donna! Con l’inverno 010/011 infatti inseriamo pochi pezzi da donna ragionati, innovativi. Un’idea di felperia da donna differente, poco schematica, per nulla “dipendente” dal concetto maschile che spesso fa da padrone nel settore dello sport&street wear. Nota bene: il piumino e’ una interessante eccezione che conferma la regola…

M. A proposito di piumini… mi è piaciuto tantissimo il tuo nuovo piumino, con maniche staccabili in 2 punti, che si può trasfrmare in gilet smanicato… E mi ha fatto capire che il brand stava diventando importante. Non tutti sono in grando di pensare e produrre un prodotto cos’ complesso. Sia dal punto di vista stilistico che proprio della produzione…

L. Un’ unica semplice idea: un piumino interattivo. Giocando con le zip nel sotto manica e ad altezza della mezza manica puoi avere 3 utilizzi in 1. Piumino intero, smanicato o 1/2 manicato.L’idea assomiglia a quella attuale del colletto della polo Malph portabile in 3 differenti posizioni, ricordi? I colori del piumino sono semplici ma efficaci: blu e nero con zip panna. Per l’inverno prossimo pensiamo a nuovi colorazioni del nylon e a sviluppare in modo rivoluzionario il buon-vecchio concetto della risvoltabilita’.

M. Quante ore della tua giornata occupa Malph?

L. Difficile, quasi impossibile da definire: devo conteggiare anche quando lavoro con la fantasia mentre dormo, mangio o faccio sport?

M. Quante persone lavorano dietro Malph?

L. Come avrai notato parlo di Malph sempre al plurale: pur facendo tutto da solo, sono monitorato da persone a me molto vicine anche a livello personale. Lo sento davvero come un team.

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M. Come gestisci il ‘product placing’?

L. Se posso di persona: adoro entrare nei negozi e respirare l’aria che c’e’ all’interno, conoscere i propetari, i buyer e gli assistenti alle vendita: tutti loro possono darti qualcosa se nasce l’atmosfera giusta. Gran parte delle idee mi vengono nei negozi. Ad oggi Malph copre quasi tutto I’ll territorio nazionale con 8 rappresentanti.

M. Malph si espanderà all’estero?

L. Sto buttando qualche seme in Europa: vediamo che succede.

AnnaV

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10 dicembre 2009
“THE BIG TEASE”: INTRODUCING LORENZO PAXIA

Intervista di Manuela Pizzichi

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Lorenzo Paxia è un eclettico fotografo di moda,adv e non solo, con un certo debole artistico per le pin ups.

Sarà in mostra con le sue opere il prossimo 11 12 e 13 Dicembre a Cremona in occasione della terza edizione del Vintage Vanitas, mostra mercato di moda che non abbiamo mancato recentemente di segnalarvi.

“The Big Tease “è il titolo che da il nome all’esposizione.

I suoi ritratti fotografici sono riflettori accesi, puntati su donne bellissime: ognuna gemella di se stessa, in un gioco di specchi e sensualità che colpisce e cattura inevitabilmente lo sguardo di chi osserva.

L’occhio sensibile del loro autore, esalta il fascino di queste immagini di una femminilità antica e provocante.

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M - Potremo ammirare presto i tuoi lavori al Vintage Vanitas di Cremona.
Pin Up, moda e Vintage, mondi per certi versi molto affini e legati da influenze reciproche.
Il risultato si chiama “The Big Tease”: una serie di opere in stile Burlesque che saranno esposte dal 11 al 13 Dicembre nelle sale di Palazzo Cattaneo. Come nasce questo progetto?

L - Le composizioni del progetto “The Big Tease” hanno come soggetti ballerine di Burlesque, un genere in questo momento molto noto nel mondo. Quello che mi affascina di più di questo tipo di spettacolo sono le sue origini, le sue rappresentazioni di inzio 900 e poi degli anni ‘30 e ‘40, quando il suo lato che oggi chiameremmo “underground” e sovversivo era molto forte. Ci sono ancora delle performers che cercano di mantenere questa freschezza ed autenticità, e ho avuto la fortuna di incontrarne e fotografarne alcune (aiutato spesso dall’agenzia Vodoo de Luxe, gestita da veri appassionati del genere).
La donna ha un potere a mio parere molto grande in queste rappresentazioni: non si tratta di un semplice strip tease, ma sono il suo carisma e le situazioni in bilico tra comico, surreale e talvolta grottesco a generare l’attrazione del pubblico. Una sorta di gara a infrangere barriere sociali, da molti punti di vista. Alcune performers hanno un fisico ben lontano dagli attuali canoni imposti da televisione e moda, eppure vi posso assicurare che una donna come Leyla Rose ha uno stuolo di ammiratori assai numeroso e oltretutto “rispettoso”, dei veri e proprio fan.

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M - Alcuni tuoi lavori, sono collage di immagini che creano altre figure, in un gioco di forme molto originale. Quando hai iniziato a comporre le tue opere in questo modo? Da dove hai tratto ispirazione?

L - Sono sempre stato affascinato da alcune forme d’arte considerate spesso minori che curano in maniera minuziosa e maniacale i dettagli, come ad esempio l’art deco. Penso a questo si sia unita la passione per i ritratti cinematografici e le composizioni Hollywoodiane di coreografi come Busby Berkeley.

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M - So che sei solito utilizzare la stampa Lith, una tecnica molto particolare e poco inflazionata. Spiegami il perchè di questa scelta e quali sono gli effetti che riesci ad ottenere…

L - I soggetti di quelle stampe sono fiori rubati qua e là da bouquet che stavano iniziando ad appassire. Ho cercato con il Lith, grazie al suo lavoro unico sui contrasti e sulla texture, di trasformarli in piccole sculture disegnate, illustrate. Mi piaceva che le linee e i segni del tempo che ne indicavano il decadimento, e che a occhio nudo erano poco visibili, diventassero una loro qualità estetica.

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M - L’arte spesso prende molte forme…ci sono altri mezzi che usi per esprimerti o passioni e situazioni di cui non potresti fare a meno quasi quanto la tua macchina fotografica?

L - Vorrei saper ballare il tip tap, suonare il kazoo in un complesso folk roots e altre mille cose. Mi sento appagato e fortunato ogni volta che riesco ad imbattermi in spettacoli e artisti che mi facciano innamorare di un genere o forma d’arte che ancora non conoscevo…

Manuwish

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09 dicembre 2009
MICHELA RIBA… E IL SUO PAF MOVIMENTO

Intervista di Annalisa Varesi da Wait! Magazine n° 26

Wait! è dalla parte dei giovani, lo sapete. Quando ci ha contattato Michela Riba, giovane artista cuneese, invitandoci a dare un’occhiata ai suoi lavori, non ce lo siamo fatto dire due volte. E ci sono piaciuti talmente tanto che abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lei, per conoscere meglio questo vero vulcano di talento, idee e voglia di vivere.

alla-ricerca-di-me-stessa-fuga-1e2-olio-su-tela-dittico-50x7050x70cm-novembre-2008A. - Chi è Michela Riba?

M. - E’ una “Paf Artista”, in realtà, quando si parla d’arte è chiamata anche Ezekiela. Confonde così le sue due personalità… La timidezza di Michela Riba con la stravaganza di Ezekiela (un po’ dannista) per creare il suo mondo parallelo il “Paf Movimento”: un movimento artistico tutto suo fatto di colori mischiati sulla tela e una forte passione per Klimt, Beardsley, l’Art Nouveau, la fotografia di moda, e l’ammirazione per gli iperrealisti e la tecnica della grande arte caravaggesca… Così, nel 2004 ho avuto la mia “vocazione”. Non credo comunque di sapere bene come definirmi. Un giorno Angelo Mistrangelo ha scritto di me: “Michela Riba espone una serie di lavori che raccontano la sua visione e interpretazione dell’ esistenza e dell’ esistente, la volonta di esprimere quell’ analisi intorno alla propria sensibilità,alle inquietudini quotidiane,alla condizione femminile. La Riba affida alle tele l’ essenza di un discorso in cui la raffigurazione si muove dalla pittura al fumetto rivisitato, dall’ introspezione alla poetica dell’ immagine fissata nella memoria come in un fotogramma. Misteriosa e simbolica,la sua donna appartiene a questo nostro tempo quanto mai complesso.”sezione-5-i-fiori-del-male-dittico-50x7050x70-cm-olio-su-tela-2008-michela-ribaA. - Parlaci dei tuoi lavori. Come li descriveresti?

M. - Oserei prima lasciare questa citazione: “Il più grande ostacolo alla comprensione di un’opera d’arte è quello di voler capire.” Così solitamente rispondo: “Tra mistico fantastico e realta’ come in una favola surreale i 2 più grandi temi dell’ arte astratto e figurativo si incontrano in una ricerca artistica e una grande passione per la moda la fotografia e il glamour alla base di tutto far parlare gli occhi, lo specchio dell’ anima e render cosi vivo il quadro. Toni vividi note intense di colori nuance imperative di bianco e nero creano giustapposizioni grafiche tutto racchiuso dall’ eleganza cercare di andare avanti in questa realtà nella quale tutti ci rinchiudiamo sognando un qualcosa che solo tu spettatore puoi vedere scrivi la storia del mio quadro ed io artista ne saro incantata perchè sarò riuscita a riscuotere in te sensazioni ed emozioni facendo parlare del mio quadro”.
I miei lavori sono tutti olio su tela, con una forte carica di passione per l’arte e una ricerca per qualcosa di totalmente mio che possa distinguermi dalla massa. O per lo meno ci provo a farla risultare tale… Non bado molto ad un progetto, inizio da un’immagine e ci gioco direttamente sulla tela, fantasticando.

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A. - La tua ispirazione (se esiste)?

M. - Ti direi solo due parole: l’universo femminile.

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AnnaV

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27 novembre 2009
WAIT! MAG INTERVISTA OLIMPIA ZAGNOLI

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Olimpia Zagnoli vive a Milano.

Diplomata allo I.E.D. , professione illustratrice.

Primo premio della giuria al Celebrate Originality, contest di Adidas Originals & Vice Italy dedicato ai giovani creativi italiani.

Ha venticinque anni e una faccia da bambina, di quelle parecchio vivaci, che pastrocchiano dappertutto con i loro colori.

I suoi disegni sono giochi di forme semplici e poche parole. Ha il vizio di scrivere per terra, sulle strade…Il tratto dei gessetti sull’asfalto…un gesto creativo, spontaneo e genuino, che apprezzo molto.

Di lei si sta a iniziando a parlare parecchio e noi di Wait Mag abbiamo voluto conoscerla meglio.

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Ciao Olimpia, innanzitutto complimenti.

M. -Vincere è bello, a prescindere… Ma quant’è grande la soddisfazione quando la posta in gioco è la tua prima personale alla Vice Gallery di Milano?

O. - Sono stata molto contenta di vincere questa competition e soprattutto di avere avuto la possibilità di organizzare una mostra dall’inizio alla fine. Avevo già fatto mostre in giro per il mondo ma non mi era mai capitato di sentire così “mio” un progetto di questo genere. I ragazzi di Vice sono stati gentilissimi e mi hanno aiutata molto. E’ stato davvero un bellissimo premio.

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M. -I tuoi lavori sono apparsi recentemente sulle pagine New Yorker e del New York Times. Diffondere la propria arte non è impresa facile, la tua è arrivata addirittura oltreoceano. Com’è nata questa collaborazione?

O. -Sono stata a New York una settimana, a Maggio di due anni fa. Ho trovato la mail di uno degli art director del New York Times, gli ho scritto e lui mi ha convocata nel suo ufficio al settimo piano del bellissimo palazzo di Renzo Piano. Gli ho fatto vedere i miei lavori e dopo qualche mese, mi è arrivata la prima consegna. Quando poi sono tornata a New York più a lungo, è più o meno successa la stessa cosa con il New Yorker. Ho cercato di conoscere più gente possibile mentre ero lì e di far fruttare ogni contatto.

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M. -Ogni artista giunto a un certo punto del percorso arriva a chiedersi se potrà vivere della propria passione. Il talento non basta, bisogna crederci. Quando hai iniziato a capire che eri sulla buona strada per arrivare al tuo sogno?

O. -Devo ancora lavorare molto, a dire il vero, ma non ho mai smesso di crederci. E’ il lavoro che ho sempre sognato di fare e, per quanto ci siano dei momenti di sconforto, non ho intenzione di mollare. Non cambierei mai questo lavoro, per quanto instabile e a volte precario, con un qualunque altro stabile ma noioso.

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M. -Illustrare ai giorni nostri è un pò come dipingere senza pennelli, una sorta di pittura del futuro in grado di spostarsi e arrivare molto più velocemente al pubblico rispetto a una tela appesa a un muro. Dalla semplice interpretazione figurativa di un testo, oggi è sempre di più espressione personale dell’autore.
Cosa da e cosa toglie a tuo parere, a chi crea come a chi guarda, rispetto alle forme di espressività artistica più classiche e meno immediate?

O. -A dire il vero l’illustrazione è una forma artistica che c’è praticamente da sempre. Dagli egizi ai giorni nostri le cose sono cambiate molto, specialmente per quanto riguarda le tecniche, ma la sostanza rimane all’incirca la stessa. Il fatto che l’illustrazione ora abbia più visibilità e non stia solo e semplicemente tra le pagine di un libro, è una conquista. Credo però che ci sia una differenza sostanziale tra l’illustrazione e la pittura. L’illustrazione ha un fine più funzionale e commerciale, di solito accompagna un testo, può essere utilizzata per una campagna pubblicitaria, può essere un poster da arredamento, diventare un pattern per un tessuto, mentre un dipinto nasce con altri intenti e ha alle sue spalle un percorso artistico di tipo differente. Non credo si possa definire cosa sia “meglio”, sono semplicemente due forme espressive differenti. Dal mio punto di vista, cerco di fare tesoro di entrambe le cose, dai quadri di Matisse ai poster pubblicitari della Olivetti.

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M. -Ti ho intravista imbracciare una chitarra, persino un ukulele rosa (e non posso non chierderti dove l’hai pescato).
La musica è per te passione, fonte di ispirazione, parte integrante dei tuoi lavori e immagino molto altro ancora …

O. -L’ukulele rosa l’ho comprato quando ero a New York. Ho imparato a suonicchiarlo guardando dei tutorial su internet. E’ molto divertente e piuttosto semplice. La musica è molto presente nella mia vita e molti dei miei lavori, tra cui quelli esposti alla galleria di Vice fino al 4 dicembre, sono ispirati dai testi delle canzoni dei miei gruppi preferiti. Ho avuto un gruppo quando avevo 19 anni e mi sono divertita molto. Spero di averne presto un altro.

Olimpia rocks! Provare per credere.

Fino al 4 dicembre

Vice Gallery

Via Giacomo Watt 32, Milano

Manuwish

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16 ottobre 2009
CAPEX

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Carolina Amoretti, giovanissima fotografa classe 1988, imperiese di nascita, milanese d’adozione. In arte: Capex.
Sbircio per caso il suo my space e scopro una serie di originali lavori: il soggetto è molto spesso l’autrice stessa e d’un tratto mi viene in mente una certa cultura artistica, a partire dal 900 spesso e per fortuna anche femminile, che mette al proprio centro l’ autoritratto, pittorico e visivo in generale.
Cultura che puntualmente mi attrae.
Donne che non temono di esporsi, nella vita come nell’ arte. Corpi e volti che raccontano, mantenendo il mistero che c’è sempre dietro il silenzio di ogni opera.

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Intervistarla è una tentazione a cui non ho resistito.

M - Capex è il nome d’arte col quale firmi tutti i tuoi lavori: semplice soprannome o un significato preciso?

C - Capex è il nome d’arte che mi hanno dato tra i banchi di scuola e che mi sono trascinata fino a Milano. Quache significato lo ha, ma ogni artista si sa, ha i suoi segreti…

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M - Parliamo di Frav, marchio per il quale ho un debole che sconfina in ossessione … le foto della collezione spring summer 2009 sono opera tua. Da dove nasce questa collaborazione?

C - Un giorno conobbi Matteo,commesso e responsabile di Frav a Milano. Affascinato da alcuni miei scatti decise che da quel momento sarei diventata la fotografa del marchio. Una bella esperienza che sembra continuare.

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M - Tre elementi per definire la tua arte… Io direi gioco, simboli e colore.
Ora tocca a te.

C - Ci sei andata molto vicina. Aggiungerei messa in scena, critica e devozione alla ricerca di una patetica e imbarazzante perfezione. I miei lavori sono privati e alcuni segreti: semplici da guardare ma impossibili da spiegare se non si è me. Pure sensazioni concretizzate in immagini.

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M - In ultimo, una piccola curiosità… perchè io, fanatica osservatrice e ascoltatrice di video musicali, sono certa di averti vista a tavola con Ayris che scattavi foto e ti pappavi un’aragosta!
Adesso questa me la spieghi .

C - Non mi tiro mai indietro, mi piace collaborare nei progetti ed essere circondata da situazioni piacevoli e divertenti: perchè no?

Osservando i risultati, come darle torto? E brava Carolina.

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Manuwish

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