FASHION: INTERVISTA AD ALESSANDRO OTERI – QUANDO LA NATURA ISPIRA LE SCARPE

Blu come il mare. Forme sinuose come le sue onde.  Toni smaglianti della terra ligure. La comodità come un mantra. Sono queste le caratteristiche fondamentali nell’eccellenza di Alessandro Oteri, stilista made in italy che dopo il successo mondiale, guarda all’Italia come nuovo traguardo per il suo lavoro.

Le sue scarpe vanno viste con l’occhio di un critico d’arte perché non sono semplici calzature. Sono gioielli pieni dell’attenta passione di questo stilista ligure che in ogni sua creazione ricerca emozioni, esperienze e  eleganza.

In America tutti lo vogliono e tutti lo conoscono. I suoi modelli appaiono su tutte le più importanti riviste di settore a cominciare da Vogue e molte star vogliono un suo prodotto. In Italia il suo seguito è minore. Spesso siamo campioni nel riuscire a non valorizzare artisti che sono il nostro vanto all’estero.

 

Abbiamo avuto la possibilità di intervistare il sig. Oteri nel suo showroom di via borgospesso 8, nel cuore della Milano fashion. La sua collezione spicca all’occhio nell’intimo ambiente dello showroom. Sembra di entrare in una galleria d’arte ed ogni sua scarpa scalda l’ambiente e l’animo.  Lo stilista ci accoglie con semplicità e cordialità, qualità che lo caratterizzano. Dopo uno sguardo alla sua collezione ci siamo seduti e abbiamo cominciato a fare una chiacchierata davvero interessante.

 

La prima cosa che si nota sono i colori delle sue scarpe. Tonalità raffinate e sgargianti. Un contrasto cromatico non indifferente per il freddo periodo invernale. Oteri ci spiega il suo particolare rapporto con il colore e la natura. :«Il mio rapporto con la natura è molto particolare. Ho avuto la fortuna di nascere in un posto meraviglioso come Portofino e ho una relazione fortissima con l’acqua. Sono un nuotatore e il blu è un colore fondamentale della mia vita e della mia storia. Come potete vedere, lo trovi in ogni mia creazione E’ elemento dominante di questo showroom. La suola delle mia scarpe è sempre blu ed è il mio marchio, la mia firma.».

Oteri si illumina parlando del suo lavoro: « In natura non troviamo colori o abbinamenti brutti. Tutto si fonde dando origine a cose meravigliose. Perciò mi piace molto giocare con i colori, cercare gli accostamenti più corretti. Tutto questo mio modo di lavorare spero si traduca poi in un discorso di eleganza».

Oltre alle forme ed ai colori, di queste calzature si nota l’originalità. Sicuramente non ci si trova davanti ad un prodotto banale. Chiediamo ad Alessandro da dove trae la sua ispirazione: « Tutte le mie scarpe hanno un nome e sono tutti tratti dalla mia zona, quindi posti, scorci, paesi. Tutto richiama la mia Liguria terra alla quale sono molto legato e alla quale devo la mia ispirazione. Solo una collezione è nata lontano dalla mia regione. Era ambientata a Milano. Questa è un po’ la mia storia. Io sono nato da solo, non ho mai avuto grosse società alle spalle o grandi finanziatori. E’ sempre stata un’avventura la mia, un percorso nato dalla passione e proseguito giorno per giorno.» Rapiti dalla conversazione, ad un tratto lo stilista rigira tra le mani una scarpa. Semplice, ma allo stesso tempo perfetta. E’ innegabile un coinvolgimento emozionale. Oteri ci racconta perché la sente così importante: « Questa scarpa si chiama Sanna. E’ quella a cui sono più affezionato e quella che credo mi sia uscita meglio. Le forme ricordano le onde del mare, così sinuose. E’ una scarpa che sta diventando difficile da portare, richiede un piede perfetto. Risulta talmente semplice che allo stesso tempo diventa perfetta. In questo prodotto c’è una ricerca di purezza e di eleganza.».

Il marchio vende molto negli Stati Uniti e paesi esteri, ma stenta un po’ in Italia. Lo stilista ci fornisce un’analisi lucida della situazione: « L’America e il Giappone sono fertili al momento. In Italia non si vende. I motivi sono molteplici, la crisi è uno di questi, ma i principali secondo me sono altri. Purtroppo nel nostro paese vendono solo grandi marchi. Il cliente finale ha bisogno del marchio per comprare. Sembra di essere finiti nei paesi emergenti. La ricerca viene fatta solo se viene spinta da certi movimenti finanziari, quindi diventa difficile anche per l’acquirente scegliere e comprare. Capisco che uno voglia un Prada o un Gucci, ma non trovo purtroppo questa voglia di sperimentare qualcosa di nuovo che può essere allo stesso livello. Questo ragionamento vale soltanto per i grandi negozi. Se vuoi avere uno sbocco per vendere devi andare nei multimarca.

Però o ci entri perché hai grossi investimenti dietro oppure non riesce ad avere sbocchi. Nessuno ha voglia di investire su un marchio nuovo».  Dal particolare del nostro paese, Oteri si rivolge ad un discorso estero: « Tutto ciò che si è detto sull’Italia per me però non vale all’estero dove sono stato accolto e lanciato. Non parlo solo degli Stati Uniti, ma anche di paesi come il Brasile, il Giappone o addirittura la Russia, dove non pensavo di avere un mercato in quanto secondo me per loro il mio è un prodotto quasi noioso. Invece sono molto apprezzato e ricercato. Io faccio molta ricerca sui materiali, sui tessuti e questo lo ritrovi nelle mie collezioni. I miei prodotti si discostano dagli altri marchi. A volte devi trovare dei clienti che abbiano a loro volta voglia di fare ricerca. Trovo che nei negozi spesso ci sia un appiattimento di stile non indifferenti. I prodotti che ci sono, sono tutti uguali seriali, perché è quello che vuole il mercato. Non c’è voglia di differenziare. Mi capita di girare e vedere store con magari diversi marchi ma sempre lo stesso prodotto. Capisco anche che non sia facile poi differenziare, ma credo che ci sia un po’ di confusione anche da parte dell’offerta. Tutti ormai fanno tutto. Dalla sneakers all’anfibio, se non altro da me trovi solo un certo prodotto e fatto in un certo modo.» a questo punto la domanda ci viene spontanea: Quanto incide il made in Italy all’estero? « Tantissimo. Il Made in Italy è un vettore eccezionale ovunque tu vada tranne nel nostro paese. Pensa, ho iniziato a fare questo lavoro perché mi sono trovato in questa fabbrica a Parabiago. Lì fanno scarpe di qualità eccezionale, ma non c’è un marchio italiano prodotto lì. Tutti esteri. Noi siamo bravi ad andare in Cina perché vogliamo le grandi produzioni trascurando le nostre qualità. Io soffro perché abbiamo delle eccellenze che riusciamo in ogni modo a rovinare. Tutti i nostri migliori cervelli alla fine per sfondare vanno all’estero mentre da noi non riescono ad imporsi.»

La riflessione si sposta sul personale:«Io sono italiano e voglio un prodotto italiano, faccio tutto in Italia, compreso pagare le tasse. Per me la coerenza è fondamentale A volte ti impone scelte difficili, ma è importante per andare avanti. Purtroppo io, dal mio paese, non sto ricavando molto, anzi. Se devo avere delle situazioni contro, le ho proprio qui. Tanti giornalisti italiani hanno parlato bene di me, ma alla fine non ho mai trovato nessuno davvero interessato ad investire sul mio prodotto. Il mio primo investitore è stato Giapponese. Io non sono un carattere che si impone, faccio la mia vita; la sera vado a letto, la mattina vado in piscina e poi vengo a lavoro in modo molto tranquillo. Purtroppo, secondo me, non c’è più moda. Ci sono conti, Business plan, ecc. Io mi scontro tutti i giorni con i miei collaboratori perché mi dicono che se non faccio le cose in un certo modo, uniformandomi, non vendo. Ma io non voglio uniformarmi. Voglio fare le cose a mio modo. Il motivo percui siete qua è anche questo: adoro i nuovi modi di comunicazione. Mi diranno che i blog li leggono solo sotto i 30 anni. A me non interessa e non sono d’accordo.  Il vostro articolo verrà letto e comunque apprezzato o no e qualcuno lo vedrà, non so cosa succederà, ma secondo me è il giusto modo di fare comunicazione. A me interessa la conversione all’obiettivo. Non è che se io mi affido a qualcuno che ha 300000 like su un sito o un social significa che vendo 300000 scarpe. A me interessa poi il risultato finale non a quante persone piace il mio prodotto. Il problema però qui è anche delle aziende che hanno assunto talmente tanta gente per giustificare i loro costi. Ognuna di queste persone ha dei titoli meravigliosi che finiscono tutti con manager, ma alla fine secondo me non sanno minimamente quello che fanno e a volte parlano solo per giustificare il loro posto nell’organigramma dell’azienda, rendendo sempre più difficili le cose semplici.  Mi sono trovato a discutere ad esempio su due tipi di azzurro, mi sembrava di essere ne Il Diavolo veste Prada a dover scegliere tra due colori praticamente identici. Io invece cerco sempre di abbinare, ho cambiato io il colore, ma di fuori chi lo sa? Nessuno, quindi le discussioni sono comunque inutili, non hanno importanza vitale. Io mi sento fortunato faccio un lavoro che adoro, e lo faccio con passione. Il mondo della moda ormai risente di questo tutti fanno moda. Il lusso non è democratico. Non possiamo essere democratici. Ricominciamo a fare moda.»

Per mostrarci il cuore del suo lavoro, Oteri ci porta a fare un giro nel vero baricentro dello showroom, sul retro, dove la vera creazione ed emozione ha inizio, dove i commerciali lavorano e dove nel magazzino sono costuditi i gioielli delle storiche collezioni dello stilista. Chiediamo di vedere qualche modello particolare. Ad ogni cassetto si aprono capolavori. Per ogni scarpa c’è una storia, una passione, una prerogativa che la caratterizza. Ci sono scarpe con ricami di corallo, tempestate di swarowski, o ricoperte di ermellino. Altre ancora sono state commissionate da una principessa o il tessuto fa parte di una collezione reale antica. Ognuna è una primizia che cattura sguardo e anima. Non sono una donna, ma in tutto quello che vedevo potevo comprendere quella voglia femminile di possedere un gioiello tanto raro e tanto peculiare.

La nostra intervista giunge al termine. Siamo soddisfatti di aver conosciuto e visto con i nostri occhi Alessandro Oteri. La sua spontaneità e gentilezza sono anticipi della sua arte e del suo stile. Un’eccellenza italiana che sa davvero fare moda e che l’estero ci invidia.

Facebook Alessandro Oteri

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