



Lomography è abituata a stupirci, ma una collaborazione d’eccezione come questa fa ancora emozionare.
La fotografia analogica incontra il gruppo rock statunitense The White Stripes e il risultato è una coppia di macchine in edizione limitata, 3000 per modello, dal prezzo non proprio modico ma di culto assoluto.
Fans del duo di Detroit, collezionisti ossessivi e appassionati dello scatto vecchia maniera non so quanto riusciranno a trattenersi.
Il kit Meg Diana+ include il dvd del live-documentario “Nobody knows how to talk to the children” e Ring Flash.
La Jack Holga va a braccetto col FishEye e un set di tre lenti nei colori storici della band.
Entrambe comprendono il Peppermint Filter per foto rock-caramellose.




Manuwish
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“Reflex doesn’t mean photographer“.
L’anno nuovo inizia con una citazione rubata ad una delle tee più geniali dell’attuale collezione Monoty Clothes, che prende in giro la mania dilagante tra i giovani modaioli/e o aspiranti tali di sperperare i loro dindi (loro?) in digitali professionali da milioni di vecchie lire. Macchine fotografiche accessorio, al pari di una bella borsa: in mancanza del monogramma griffato, la sfida si svolge a colpi di obiettivi sempre più grandi e costosi per sentirci dei gran fighi. Impeccabili, anche nello scatto. E per gli imbranati cronici, c’è sempre l’amico Photoshop.
Io non ho mai smesso di emozionarmi davanti alle foto sfumate e ingiallite, vecchie o nuove e non posso che sorridere e sentirmi davvero immensamente grata a quei due sveglissimi ragazzotti autriaci che una decina di anni fa scovarono in un mercatino le prime vecchie LOMO: piccole reduci sovietiche di Leningrado, compatte e tascabili, con quella lente così luminosa e particolarmente “stonata” che sfornava foto tanto imperfette quanto uniche.


Fu amore al primo scatto e quella piccola scoperta si trasformò in un progetto di risonanza mondiale.
Così nacque Lomography.
Una scommessa sul passato, ormai un vero e proprio fenomeno di culto grazie al quale altri pezzi storici della fotografia analogica sono tornati nelle nostre mani. Come la Diana, macchina degli anni 60 in plastica del valore di un dollaro, uscita di produzione già nel 70 e comunque stimatissima dai professionisti: un insieme di manopole da girare e leve da spostare da fare invidia al pandino 1000 fire ma che dava molte più soddisfazioni, con immagini dai contorni bui, buffe cadute di luce, sfocature e colori stravolti.

Oggi riproposta, genuina e fedele ai vecchi tempi, con tanti accessori assurdi e adorabilmente primordiali nei meccanismi che lasciano carta bianca alla sperimentazione e alla fantasia imprevedibile di ogni lomaniaco: la possibilità di creare manualmente scatti sovrapposti con la tecnica pinhole, flash circolari da montare per illuminazioni a “tutto tondo”, un retro-macchina per sviluppare istantanee in pochi secondi stile polaroid, lenti “fish eye” per effetti di distorsione come quando si fissa il pesciolino nella boccia.


Più che un modo di fare fotografia.
Un vero e proprio stile nel viverla ed amarla.
“Don’t think… Just shoot!“
Manuwish
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