• 09 January 2012
    THE BOOK: “PIGCHIC, LA MODA, L’AMORE, LA SFIGA”

    Intervista di Annalisa Varesi da Wait! n°32

    C’è chi li denigra, chi li legge per noia, chi li odia, chi li imita e chi ne fa una vera religione: parlo di fashion blog. Tanti (forse troppi) e quasi tutti uguali direte? Vi dico di no. Ce ne sono alcuni come quello di Demetra Dossi (www.pigchic.com) che portano avanti con ironia e gusto la propria originalità. E non solo. Da blogger a scrittrice per Rizzoli, il passo, seppur faticoso, è stato breve. Il primo romanzo di Demetra Dossi si intitola come il suo blog, “Pigchic”, e della moda e della blogosfera parla parecchio. Con l’occhio critico di una ragazza come tante, alle prese con l’università, un fidanzato da gestire, un gatto sovrappeso, una “ex” superperfetta, e tanti, bellissimi sogni. Ironico, cinico e soprattutto “vero”,ho amato questo romanzo dalla prima all’ultima pagina e la decisione di intervistare la sua giovane autrice è venuta da se. Ma visto che di blog (e di internet) parliamo, perchè non fare due chiacchiere in chat?

    Annalisa V: Vado a braccio perchè non mi sono preparata, ma siccome il libro l’ho letto sul serio non sarà difficile. Cominciamo?

    Demetra D: Sono pronta

    Annalisa V: Ok, domanda che ti avranno gia fatto tutti… Tu nasci come fashion blogger, giusto? Come mai l’idea di cimentarti nella scrittura di un romanzo?

    Demetra D: Nel febbraio del 2009 una giornalista del Corriere della Sera ha scritto un articolo sul mondo dei fashion blog citando fra gli esempi Pigchic. Un editore della Rizzoli ha letto l’articolo, ha visitato il mio blog e, divertito dal mio modo di scrivere, ha deciso di lanciarmi l’idea: “Hai mai pensato di scrivere un libro?”. E così è nato tutto.


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    AnnaV

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    25 August 2011
    INTERVIEWS: WAIT! INTERVIEW MAX PAPESCHI

    Intervista di Annalisa Varesi, da Wait! n°32

    Pensate che non si possa fare? Pensate sia sconveniente? O sbagliato? Max Papeschi non la pensa come voi. Irriverente e sconveniente, il suo occhio acuto e sarcastico non risparmia nessuno. Personaggi, simboli e icone del nostro tempo diventano la “cartina tornasole” delle menzogne e dell’ipocrisia della società contemporanea.

    “Roba forte che può creare dipendenza ma anche sollevare proteste. Ma l’arte è l’arte e va giudicata secondo tempi e modi che non sempre coincidono con il gusto o il comune sentire. Vedere per credere” La Repubblica.

    Di cattivo gusto? Oppure un vero, assoluto genio? A voi la scelta. Noi ne siamo stati letteralmente conquistati ed intervistarlo è stato un onore.

    Chi è Max Papeschi?

    Il giorno che lo capirò smetterò di fare arte.

    Massificazione e globalizzazione. Simboli e icone che ritornano nella tua arte privati del proprio contesto, stravolti e mutati nel significato. Uno shock visivo e non solo… E’ quella l’intenzione?

    Molte delle mie opere si possono descrivere come delle vere e proprie campagne pubblicitarie, provenienti da una realtà parallela tutto sommato possibile, se non probabile. Sono pensate come delle insegne propagandistiche alle quali mancano solo claim, body-copy e pay-off per essere complete; quello che vendono e promuovono sono i valori su cui si fonda la nostra società al netto di ipocrisie e menzogne.

    Molte delle icone che compaiono come soggetti delle tue composizioni rimandano all’infanzia, al mondo Disney ma non solo. Non si salva proprio nessuno?

    Fin da bambino ho avuto una certa diffidenza nei confronti di questi personaggi, Topolino e suoi amichetti mi hanno sempre dato una sensazione di disagio. Trovo meno ipocrisie nello scintoismo nazionalista, guerrafondaio e xenofobo dei robot giapponesi: i nemici sono assolutamente mortali, mentre la deperibilità del corpo è un concetto totalmente negato a Topolinia: ve la immaginate Nonna Papera con un cancro al retto?

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    AnnaV

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    11 December 2010
    WAIT! INTERVIEW HAENG

    Intervista di Marco Bianchi da Wait! n°30

    Un brand che combatte il logo. Ohibò. Che punta tutto sulla qualità. Su un lavoro di lungo termine. Su un’ idea…che diventa un sogno. Un moschettone che da visione, diventa intuizione e poi icona. Un’azienda italiana. Che nel mondo del jeans, o meglio, del pantalone, ha trovato un modo, tutto suo, di far parlare di sè, di distinguersi. Di creare un progetto e un prodotto di qualità. Dandosi anche il tempo per realizzarlo e ai suoi consumatori quello necessario per conoscerlo e capirlo. Sogno o son desto? E’ stato un onore, far parte sin dall’inizio, come osservatore, di quest’avventura lanciata da Davide e da tutto il team (un’azienda vera, con un know how vero e decennale nel mondo del denim). E ora… chissà dove andranno a finire? Vogliamo, attraverso questa intervista, aprirvi una fine- stra su mondo Haeng e una filosofia che apprezziamo davvero.

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    Davide, come è scoccata la scintilla da cui è nato haenG ?

    Il nostro progetto è nato grazie all’effetto ottico creato da un gancio appoggiato per caso sopra un pantalone. Mi piace pensare al fatto che c’ ero io lì per vederlo.

    Chi/quali persone ci sono dietro al progetto haenG ?

    Due tizi : uno visionario ( io ) ed uno pragmatico ( Roberto, il produttore ). Di solito questa combinazione funziona: uno tira da una parte, uno dall’altra e si sa: la virtù sta nel mezzo. La colla che ci tiene uniti è la passione per il denim. haenG, la qualità assoluta del prodotto, la cura maniacale di dettagli e lavaggi, del fit.

    Quale cammino vi ha portato ad avere questo ‘know how’?

    L’unica scuola è l’esperienza sul campo. Anni passati masticando cotone e bevendo indaco. Non potevamo che restituire denim.

    Mi parli di un prodotto NO LOGO. Eppure a suo modo il prodotto è riconoscibile… parlo del moschettone che è una sorta di logo in 3D. Sicuramente un colpo di genio. Sbaglio?

    Il colpo di genio nasce dal nulla, è un flash. Io credo invece che sia una questione di apertura mentale, la contaminazione è sicuramente un ottima chiave di lettura. Per quanto riguarda la riconoscibilità del prodotto, il moschettone è lì proprio per dimostrare – in un modo diciamo estremo – come si può avere un anima senza ricorrere a loghi o a nomi di altre persone stampigliati sul petto. Abbiamo comunque sempre cercato di proporre un buon pantalone aldilà dell’idea del gancio che , a differenza del logo, si può togliere senza rischiare di rimanere con in mano un pugno di mosche.

    haeng

    Quando sento parlare di No Logo….penso al libro omonimo di Naomi Klein. C’entra qualcosa con haenG, ti ha influenzato in qualche maniera?

    Sono due modi diversi e complementari di affrontare il problema del branding : la Klein analizza il problema in maniera politica denunciando il lavaggio del cervello messo in atto per vendere un prodotto di massa realizzato da maestranze poco qualificate nel quale la qualità reale è sostituita dal mito della personalità. Noi semplicemente vogliamo dimostrare con i fatti che la creatività è viva e vegeta.

    In un momento in cui il Logo è spesso messo in crisi da prodotti generici LOW COST delle grandi catene, copiati e molto cheap, non credi che possa essere un valore importante su cui puntare? In che senso haenG rifugge il Logo?

    Secondo te ha senso mettersi a fare la guerra alle quantità sterminate di Zara ? O ai testimonial di Diesel ? Noi scegliamo la terza via che è quella del prodotto. Niente amministratori delegati in giacca e cravatta che gironzolano per casa.

    Quali carte pensa di avere oggi  Haeng per proporre un prodotto che ‘buchi’ …in un settore al momento saturo (ma spesso privo di idee) come il pantalone e in particolare il denim?

    Anima, Qualità, Certificazione, Concretezza, Servizio e un’arma segreta… Abbiamo già parlato del come è il nostro prodotto, dobbiamo dire anche che cosa è: cotoni di qualità, cimosati realizzati in Italia con telai che lavorano da 60 anni, Laboratori italiani, Lavanderie italiane, Produttori di accessori italiani. Tutta gente che si sta avvicinando sempre più al nostro progetto e che concretamente fa gruppo e ci sostiene; da loro stiamo raccogliendo i certificati di qualità che presto pubblicheremo sul sito, niente inquinamento; per quanto riguarda la produzione lavoriamo con calma e metodo lasciando libertà assoluta al cliente su cosa acquistare direttamente ed in pronta consegna dal nostro magazzino, niente quantità imposte o budget irraggiungibili che tirano sempre più per il collo i negozianti impedendo loro di gestire i propri stessi soldi. Va detto chiaramente che noi siamo una Azienda vera e propria che ha deciso di investire tempo, risorse umane e finanziarie in questo progetto; abbiamo uffici, un magazzino tessuti, la modelleria interna, una sala taglio e importantissimo, un ufficio di Controllo Qualità che gira tutti i giorni. Troppo spesso dietro ad idee anche geniali si nascondono purtroppo uffici di trading che semplicemente commercializzano un prodotto acquistato chissà dove con il risultato che quando un cliente ordina della merce si fa poi il segno della croce. La nostra arma segreta ? Ma se è segreta…

    haeng

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    AnnaV

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    08 June 2010
    BREAKFAST WITH COMMON

    Alla fine siamo arrivati all’ultima fase del nostro racconto di questo giorno WAIT! al Block Party 2 organizzato da Diesel a Parigi. Come ogni favola che si rispetti i fuochi d’artificio si lasciano nel finale e quale conclusione migliore se non il racconto del nostro incontro con Common! Sono le 9.30 e dopo una mezz’ora di viaggio con la nostra ormai mitica Apecar Calessino arriviamo all’hotel della star.  Siamo agitati e felici di questa opportunità e temiamo di non poter sfruttarla, in quanto Common ha pur sempre fatto le 6 del mattino e avendo noi l’aereo un minimo ritardo nella sua sveglia non ci avrebbe permesso di compiere il nostro dovere. Con grande sorpresa, però il rapper arriva puntualissimo all’appuntamento. E’ proprio in questo istante che abbiamo la sensazione di avere di fronte non solo un attore affermato di Hollywood, o un cantante vincitore di 2 Grammy Awards, ma una persona comune, che con grande carisma e gentilezza ha rispetto di tutti. Common quindi ci sembra davvero un artista, un professionista serio e non una delle tante controfigure viziate che si atteggiano mettendo in mostra i loro meriti, spesso pochi e spesso inutili. Arrivato nella zona dove noi eravamo seduti ad attenderlo, durante la colazione, Common si presenta ad ognuno di noi giornalisti, sorride, scherza e ci chiede che cosa vogliamo fare. Ci si accorda per un intervista di dieci minuti a testa per ogni giornalista, one to one, in modo che ognuno di noi potesse avere un proprio personale scoop da portare al proprio giornale. Noi di WAIT! siamo stati i primi a sederci faccia a faccia con lui. Dopo un paio di sbadigli imbarazzati, subito conditi con grandi scuse, sintomo di una estrema educazione, noi diciamo a Common di non preoccuparsi, dopo una notte insonne non ci scandalizziamo di certo.

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    Da dove nasce la tua musica?

    La mia musica è pura, spirituale, io uso la mia immaginazione, esperienze di vita, la mia musica è amore; amore per la gente, i ragazzi, amore per le relazioni, i rapporti umani. Ecco questa è la mia musica, ecco come nasce e da dove arriva.

    In passato hai lavorato con diverse Star, Lauryn Hill, Mary J. Blige, e tantissime altre, raccontaci qualcosa, un aneddoto particolare, chi ti ha segnato di più, qual’è la persona con cui hai preferito lavorare?

    Devo dire che tutti gli artisti con cui sono entrato in contatto mi hanno lasciato qualcosa, ma in particolare ricordo Lauryn. La magia della canzone, dell’incontro con una così grande artista. La preparazione della canzone, del video, mi hanno lascito dentro qualcosa di importante e di bellissimo che non dimenticherò di certo. Meravigliosa.

    Parlaci del tuo nuovo album, anticipaci qualcosa

    E’ prodotto assieme a Kanye West, è un album veramente Hip Hop, ricco di tante sfumature, rock, soul, un’esperienza forte ed avvincente, con tanta passione e lavoro. Sono molto contento, e soddisfatto del risultato. Ci abbiamo messo molto lavoro e impegno, è qualcosa di nuove che spero arrivi a tutti per quello che è.

    Il tuo nuovo lavoro lo porterai in tour nel nostro paese?

    Io amo l’Italia, è un paese che adoro e che apprezza la buona musica. Io voglio venire a suonare nel vostro paese, voglio fare un tour in Italia, e mi impegno perchè questo avvenga, anche se ora non so ancora che date potrò fare e se le potrò fare.

    Che città conosci e quale preferisci se ce n’è una?

    Amo tutte le città Italiane, Roma, firenze, Venezia, Milano, la città della moda e della musica in Italia. Mi piace molto Napoli, adoro i bei paesaggi e posti come quelli, sono davvero unici.

    Parlaci del movimento Hip Hop in USA, come lo vedi dalla tua parte?

    Penso che l’R&B e l’Hip Hop siano forti, in costante crescita ed evoluzione. Continuano ad espandersi e ad avere un numero sempre maggiore di estimatori, soprattutto da noi negli USA. Penso che siano la musica trainante nel futuro, quella con maggiore possibilità di crescita e con la maggiore possibilità di trovare estimatori.

    I tuoi progetti cinematografici come procedono? Ci puoi anticipare qualcosa?

    Sto girando un film con Queen Latifah e ad un giocatore di basket NBA molto importante come Wayne Wade, io adoro il basket, tifo per i Chicago Bulls e simpatizzo per i Boston Celtics. Avete un giocatore italiano molto bravo in NBA, Danilo Gallinari, ma mi chiedo: come può essere andato a giocare a NY. In ogni caso il film uscirà in america in estate, sarà un bel film secondo me, molto veloce e divertente. Penso che avrà un buon successo. Vi aspetto quindi nelle sale per un giudizio! Non posso dire altro per ora.

    Dieci minuti sono volati avremmo avuto altre centinaia di cose da chiedere  a Common, ma purtroppo questo è il massimo che abbiamo potuto fare e in ogni caso ringraziamo di cuore L’Oréal e Diesel per questa splendida opportunità.

    Da Parigi è tutto… fino al prossimo Block Party… Speriamo!

    To be Continued…



    Pier

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    23 April 2010
    WAIT! INTERVISTA MARGHERITA CASTRIOTA

    Ha contattato la nostra redazione una giovane fotografa romana, Margherita Castriota. Le sue foto, visibili fu Flickr, ci hanno immediatamente colpito per la loro genuinità e “purezza”. Niente photoshop, niente imbellettamenti vari. Solo lo scatto, pulito ed essenziale come è sempre più difficile trovare.

    Abbiamo deciso di scoprirne di più.

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    A. Ciao Margherita, presentati ai lettori di Wait!

    M. Margherita. Vent’anni. Fotografa. Per il resto lascio che siano le foto a parlare per me.

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    AnnaV

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    16 March 2010
    WAIT! INTERVISTA FLAVIO MELCHIORRE

    A pag. 290 del volume “Illustration Now3″, edito da Taschen, si parla di un giovane illustratore italiano, Flavio Melchiorre. L’unico in 445 pagine. Un solo italiano a rappresentare quest’arte. Un grande onore, ma anche una grande sfida, che Flavio ha accettato con la spontaneità e la naturalezza di chi ha la fortuna di fare nella vita qualcosa che lo appassiona. Senza montarsi la testa, senza dare nulla per scontato, ma lavorando, ogni giorno più del precedente per far vedere al mondo che l’illustrazione, come arte, esiste (eccome!) anche in Italia.

    Ci ha contattati per presentarci i suoi coloratissimi lavori, e non mi sono lasciata scappare l’opportunità di farci due chiacchiere.

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    A. Parliamo innanzitutto di te. Chi è Flavio Melchiorre?

    F. Un sognatore che crede fortemente nel potere dell’immaginazione e nella possibilità di realizzare i propri pensieri, qualunque essi siano (se ci credi veramente).

    A. Come sei arrivato a fare l’illustratore?

    F. Direi per naturale evoluzione relativa ad una strada intrapresa oltre dieci anni fa. Disegno da sempre, mi sono innamorato della street art da ragazzino ed ho imbrattato un po di muri in passato, poi un corso biennale in grafica pubblicitaria mi ha permesso di iniziare la carriera da grafico. Tipografia prima, agenzia di comunicazione poi ed infine nell’ambito moda. Quest’ultima esperienza in particolare mi ha permesso di rispolverare la manualità del disegno.

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    A. Passiamo alla tua arte. Che tecnica utilizzi?

    F. Non uso nessuna tecnica in particolare. Utilizzo colori, carta, vernici, tavoletta grafica e i miei fidi aiutanti adobe photoshop e illustrator. A volte uso i vettori ma il più delle volte semplice pennello digitale o non.

    A. Come nasce un soggetto? Lo sviluppi seguendo un disegno preciso o ti lasci per così dire “trascinare” dalla creatività, lasciando che la mano vada dove vuole?

    F. Quando realizzo i pattern vado in modalità astratta, lascio che la mano segua i miei pensieri, mi piace vedere che cosa ne uscirà fuori. Invece quando disegno soggetti figurativi solitamente ho ben in mente quello che voglio realizzare anche se a volte mi lascio trasportare dall’evolversi del disegno.

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    A. Descrivi le tue illustrazioni in 5 parole.

    F. Poppeggianti, vive, concettuali, irrazionali, espressive. Ma credo che ci sia un termine che possa racchiuderle tutte “Trip”.

    A. Unico italiano pubblicato in “Illustration now 3″, prestigioso volume di Taschen dedicato all’arte della illustrazione. Che effetto ti ha fatto vedere i tuoi lavori su quelle belle paginone patinate?

    F. Sinceramente non mi sono reso conto subito della sua importanza quando ho ricevuto l’email che mi preannunciava la mia presenza all’interno del volume, mi sembrava una cosa veramente surreale. Una volta ricevuta la mia copia, sfogliando il libro mi sono sentito molto orgoglioso ed onorato di essere stato selezionato tra tanti illustratori provenienti da tutto il mondo. Infine sono rimasto un po sorpreso ed anche perplesso nel vedere che ero l’unico italiano, più che altro mi è venuto da pensare che quest’arte forse non viene abbastanza valorizzata e promossa in Italia, a differenza di altri paesi.

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    A. Progetti per il futuro?

    F. Cercare di fare sempre quello che mi fa stare bene e magari realizzare anche qualcosa di buono per chi è meno fortunato di me.

    A. Per finire, se ti diciamo “WAIT”, cosa ti viene in mente?

    F. Un’alba, un semaforo rosso, una telefonata che non arriva. Una candela che lentamente si consuma ma che nel farlo continua ad illuminare la stanza fino all’ultimo istante.

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    AnnaV

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    24 February 2010
    365 GIORNI CON LAUREN WITHROW

    Intervista di Pierpaolo Bironi da Wait!Magazine n°27

    Lauren Withrow è una ragazza americana che vive in Texas in una cittadi- na chiamata Mckinney e da sempre ha una passione: fotografare. E’ la fotografia a scandire la sua vita, le sue emozioni, fino alla decisione di realizzare un progetto davvero singolare: immortalare sulla pellicola un anno di se stessa, con uno scatto al giorno per 365 giorni. E lo ha fatto sul serio. Le sue foto crescono di qualità con il passare dei giorni, e lei comincia a perfezionare il suo stile passando attraverso corsi di fotografia e certezze professionali. Questo talento e le sue doti sono state notate da molti in rete e WAIT! che da sempre, per filosofia, vuole essere talent scout e amicodei giova- ni artisti, ha deciso di rintracciare questa pro- metente fotografa free lance e farle qualche domanda, sicuro che presto si sentirà parlare di lei.

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    P. Lauren parlaci brevemente di te e del tuo sogno.

    L. Ho la passione della fotografia da sempre e sogno di poter, con i miei scatti, mostrare il mio mondo di emozioni. Vorrei diventare una fotografa affermata e creare un mio stile, che possa essere a sua volta di influenza per altri giovani artisti. La fotografia è unʼestensione di tutto il mio essere, di quello che sono. E’ proprio da questo che è partito il progetto 365: rappresentare senza alchimie, senza sotterfugi, senza filtri, la vita di una persona. In questo caso la mia, non per essere al centro dellʼattenzione o perché sono narcisista ed egocentrica, ma semplicemente perché è più semplice rappresentare me stessa che qualsiasi altro.

    P. Quando scatti cosa pensi, cosa vedi nella tua testa?

    L. Non te lo posso dire con precisione perché passano una miriade di pensieri che si accumulano e si traducono poi nello scatto finale.

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    P. Che tecniche utilizzi per comporre una foto, se ce ne sono?

    L. Nessuna tecnica. Cerco di catturare un momento, di imprigionare un istante. Mi concentro solo su quello. Eʼ tutto automatico, le variabili sono il luogo in cui mi trovo, la situazione ed il tipo di immagine che mi trovo davanti.

    P. Ti ispiri a qualche modello?

    L. In realtà a nessuno, cerco di fare qualcosa di nuovo e bello. Diverso da tutto.

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    P. Chi è per te Lauren Withrow?

    L. Una ragazza con tanti sogni e con una passione infinita per la fotografia.

    P. Professionalmente sei nata da poco, sei una free lance, parlami dei tuoi progetti.

    L. Ho studiato fotografia per due anni: un corso di foto in studio e uno di digitale. Sto cercando di organizzare un nuovo portfolio e una mostra che però ora è lon- tana. Recentemente ho inaugurato il mio sito ufficiale: www.laurenwithrow.com.

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    P. Cosa consigli a chi, come te, vuole sfondare e magari ha perso le speranze?

    L. Consiglio di non perderle. Di crederci, e continuare per la propria strada. Fare foto su foto seguire un progetto e portarlo a termine, trovare un modo di farsi cono- scere e farsi vedere senza paura, il resto, se si è bravi e si ha talento viene da sè.

    P. Cosa ti aspetti dal futuro?

    L. Spero di migliorare, di diventare veramente una fotografa professionista. Vorrei trovare il mio stile e trasmetterlo ad altri, suscitare pensieri ed emozioni con i miei scatti e crescere nella qualità delle mie foto. La cosa certa è che non voglio essere un granello di sabbia disperso nel mondo. Voglio distinguermi, ispirare, diventare grande.

    Noi di Wait! non possiamo che farle il nostro più grande in bocca al lupo.

    AnnaV

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    22 February 2010
    PIGCHIC T-SHIRT COLLECTION

    Conosco Demetra Dossi, creatrice del blog PigChic (lo trovate nei preferiti di Wait!) da parecchio tempo. Ad accomunarci la passione per il nostro lavoro di blogger e i tormentati studi in giurisprudenza.

    Oggi scopro con sorpresa che Demetra non si accontenta di essere studentessa a blogger, ed ha deciso di creare una linea di tees, vendute per ora solo online, direttamente nel PigChic Store suo sito. La linea è composta da cinque tees, tre dedicate a importanti nomi nel mondo della moda e due ironiche e divertenti slogan t-shirts ovviamente inerenti al fashion system. La collezione è unisex e molto versatile: le t-shirt possono essere indossate sia di giorno che di sera, sia sopra un paio di jeans che come vestito.

    Mi hanno colpita subito, per la cura e l’amore che riesco chiaramente a vedere. Non mi sono lasciata scappare l’occasione di parlarne con Demetra, per saperne qualcosa di più.

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    A. Parlaci di questo nuovo progetto. Da dove è nata l’idea di realizzare una linea di tees?

    D. L’idea di creare una collezione di magliette mi è venuta in mente l’ultimo anno di liceo ma per un motivo o per un altro sono sempre stata costretta a posticipare. A dicembre però mi sono decisa e, spronata da amici e parenti, ho incominciato a buttare giù le prime idee e i primi bozzetti portando finalmente a termine il progetto qualche settimana fa.

    A. Hai disegnato tu le grafiche?

    D. Si le ho disegnate io. Mi sono divertita molto a realizzarle perché mentre la faccia di Giorgio Armani mi è venuta subito, quelle di Naomi Campbell e Gemma Ward no, ho dovuto fare molte prove prima di ottenere un risultato soddisfacente. Ogni volta che terminavo un disegno lo facevo vedere al mio fidanzato e insieme lo confrontavamo con le foto da cui avevo tratto spunto. Il più delle volte il viso che avevo disegnato era completamente diverso da quello del personaggio.

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    A. Qual’è stata, nella fase di progettazione, l’ispirazione più grande? C’è stato un momento in cui hai pensato: “Sì, questa è la frase/grafica giusta!”?

    D. Non c’è stato un momento preciso, sono partita con due modelli, quello di Naomi e quello di I’m polytheistic, e poi gli altri tre sono venuti di conseguenza. Guardando la tv, sfogliando riviste, parlando con gli amici, è così che le idee mi sono venute. Mi ricordo che la frase Pink si dead mi è venuta una sera prima di andare a dormire mentre mi stavo lavando i denti mentre quella di Giorgio mentre stavo studiando!

    A. Qual’è la difficoltà più grande che hai incontrato fin’ora?

    D. Riuscire a conciliare tutto. Studiare, lavorare, curare il blog e dedicarmi alla collezione non è semplice, riuscire a trovare il tempo per fare tutto è davvero difficile. A volte penso di esagerare, di fare e di voler fare troppe cose, ma del resto sono io che l’ho voluto e non rimpiango alcuna scelta.

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    A. E l’incoraggiamento più bello che ti hanno fatto?

    D. Fino ad oggi ho ricevuto molti incoraggiamenti, ma se devo essere sincera l’incoraggiamento più grande me lo danno ogni giorno le persone che non credono nel mio progetto, che non pensano che la linea avrà successo. Sono proprio loro che mi spronano a dare il massimo.

    A. Come si evolverà questo progetto?

    D. Spero che sia la chiave di accesso per molte altre opportunità. In questo momento c’è qualche possibile proposta di collaborazione nell’aria ma per adesso preferisco non dire nulla e incrociare le dita.

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    A. Studentessa, blogger ed ora pure stilista. Ma cosa vuole fare Demetra da grande?

    D. Bella domanda. All’asilo sognavo di diventare una dottoressa, alle elementari una giornalista, alle medie volevo entrare in politica e alle superiori volevo fare la veterinaria. Alla fine mi sono ritrovata a studiare giurisprudenza sognando di diventare una giornalista di moda. Una volta laureata vorrei continuare a inseguire il mio sogno e lavorare in questo mondo. La moda mi piace a 360°, spero di riuscire a cogliere tutte le opportunità che mi verranno offerte, voi intanto incrociate le dita per me.

    AnnaV

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    19 January 2010
    WAIT! INTERVISTA JACOPO J. MOSCHIN

    Intervista di Manuela Pizzichi da Wait! Magazine n° 27

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    Wait! e la sottoscritta, sono orgogliosi di presentarvi Jacopo J. Moschin. Giovane artista della fotografia, fresco della sua prima personale alla Donec Capiam Studio, prestigiosa galleria milanese che  ha ospitato le sue opere fino al 19 dicembre. Abbiamo avuto il piacere di conoscerlo personalmente proprio lì, accanto ai suoi lavori. Scatti sfumati di ragazzi altrettanto indefinibili e sfuggenti, protagonisti di un’esistenza introspettiva quanto leggera. La capitale inglese qui è più che un semplice sfondo. ”East London Boys” è il ritratto di una realtà a parte, precisa e definita, che Jacopo ha scelto raccontare attraverso il suo obiettivo e di certo non per caso. Ma voglio saperne di più da lui.

    M. Ciao Jacopo, raccontami un pò di questo tuo ultimo progetto: l’ispirazione da cui è nato, come ha gradualmente preso forma…Perchè proprio quelle strade, quei volti, quei locali?

    J. Avendo vissuto a Londra e tornandoci spesso per lavoro e per piacere, mi sono interessato all’atmosfera che si respira ad Hackney e Shoreditch. Ci vivono molti talenti creativi, ogni due vie c’è una galleria d’arte e i giovani che ci vengono a stare riflettono molto l’ambiente libero, dinamico, sensibile. Ad ogni modo non è stata fatta nessuna selezione di volti per il mio lavoro, sono tutti ragazzi che abitano e vivono lì, si sentono liberi di sperimentare, sono molto appassionati, cordiali, e sono quasi tutti naturalmente good-looking. Tuttavia le fotografie esposte sono state selezionate una per una da alcune serie più vaste che ho scattato, e sono volutamente atemporali, molto delicate e morbide, introspettive, con scarsissimi riferimenti architettonici. Sono ritratti: sempici, calmi, profondi. Niente retorica e niente concetti altisonanti e fuori luogo. Tutto ciò che c’è da dire, è appeso lì, glielo si legge nei volti.

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    M. A che è età e con quale modello di macchina è nato l’amore per la fotografia?

    J. Sono sempre stato affascinato dalla fotografia, così come dal cinema. Ho cominciato in pellicola, la prima macchina che ho usato è stata una Pentax MX cromata, roba da primi anni 80, l’ho appena riutilizzata due giorni fa per un servizio. Anche tutte le fotografie esposte sono state fatte in pellicola.

    M. Sei uno dei fotografi piu giovani, forse il più giovane, di moda in Italia ma il tuo stile è particolarmente nostalgico e poco incline alla modernità banale e forzata di molti tuoi colleghi…

    J. Sono decisamente “old school”, per via della pellicola certo ma anche di una certa propensione al classico e al valore della fotografie di essere, quando sono fatte bene, “senza tempo”. Per me é ancora un lavoro artiginale, molto manuale, come mettere mano al motore della moto.

    M. Parlami del concetto di Bellezza…In cosa cerchi la cerchi? Che forma prende in un tuo scatto?

    J. La Bellezza è un concetto molto vasto, anche se ci sono dei canoni specifici e delle tradizioni consolidate, specie nella fotografia. Io la cerco in quello che mi piace fotografare, accanto ad altri temi come la giovinezza, la nostalgia, la delicatezza, la sensualità, la forza, la fragilità, la ribellione. Tutto questo insieme riassume la mia fotografia attuale.

    r-dopo55giornale

    M. Facciamo un passo indietro. Com’è iniziata la tua avventura creativa e professionale?

    J. Imparando a conoscere il mezzo e scattando tante fotografie. Leggendo, sfogliando, guardando, e facendomi delle domande. Con della passione. Poi sono particolarmente nervoso come persona, nel senso che ho bisogno di fare e incanalare le energie da qualche parte, altrimenti mi incupisco, e non mi è salutare. D’altronde per salire di piano dei gradini li devi pur fare.

    M. Ho sbirciato il tuo sito per bene… Impossibile non soffermarsi sulla sezione Portraits. Scatti di personaggi pubblici, provenienti da mondi molto diversi uno dall’altro. L’uso esclusivo del bianco e nero mi è sembrata un’ottima scelta, amplifica l’ identità personale dei soggetti e della loro storia. Mi piacerebbe sapere le circostanze particolari che ti hanno portato a ritrarre alcuni di loro e le emozioni che questa cosa ti ha dato.

    J. Semplicemente non ho fatto solamente il fotografo nella mia vita. E questo mi ha aiutato a venire in contatto anche con realtà diverse. Sono profondamente legato e affezionato al cinema, ad esempio, o al giornalismo, per motivi molto personali. Mi pareva interessante unire i vari aspetti, sviluppare, darsi delle possibilità. Fotografare dei personaggi che hanno delle storie è in assoluto una delle cose che preferisco. Ma al di là della fotografia mi piace parlarci, capirli, inserirli nella storia. Sono persone che hanno spesso delle passioni forti: artisti, scrittori, pittori, musicisti. Come si fa a non interessarsene?

    a-16giornale

    M. L’arte spesso prende molte forme…ci sono altri mezzi che usi per esprimerti o passioni e situazioni di cui non potresti fare a meno quasi quanto la tua macchina fotografica?

    J. Sono appassionato di design d’interni e art direction. E sono stato cresciuto a cinema e letteratura. Col tempo ho poi sviluppato una forte passione per l’arte, specialmente quella contemporanea. Trovo che ci sia del bello ovunque ci sia della passione. La boxe ad esempio è uno sport che mi piace moltissimo, è veramente la nobile arte. Per indole poi sono curioso di tutto, anche della cucina o della finanza. Moltissimo inoltre della moda, altrimenti non riuscirei a fotografarla. E poi il mare, la surf culture, un po’ di spensieratezza e la musica. Non posso rinunciare ad avere tutti questi interessi e penso che se non li avessi, le mie fotografie perderebbero molto di quello che hanno.

    AnnaV

    Commenti (0) Books & Magazines, Interviews, Photography

    07 January 2010
    USEDESIGN – “WHAT WAS WILL BE”

    Come spesso capita il web, per chi ha la pazienza e la curiosità di cercare, riesce a regalare vere sorprese.
    E’ il caso di useDesign, progetto a cavallo fra arte e design, portato avanti con una passione ed amore rari dal suo creatore, Luca Scarpellini.
    Per usare le sue stesse parole:“useDesign non è solo un marchio o un gioco di parole, è la mia filosofia artistica, un messaggio a chiunque cerchi di capire il mio lavoro, ma anche il suo stesso fondamento. Gli oggetti usati, le loro storie sconosciute, il loro passato misterioso che affiora solamente da quell’usura che solo una vita vissuta fra gli uomini può essere in grado di donare, mi aggredisce, mi getta violentemente in uno stato di soggezione e timore quasi reverenziale nei confronti di tante realtà che mi rimarranno precluse per sempre. Il vedere dei graffi o delle ammaccature in un oggetto proveniente da un mercatino delle pulci o da un ferrovecchio fa nascere mille interrogativi: cosa ha passato questo oggetto per finire abbandonato in questa sorta di cimitero? Chi lo ha posseduto e cosa ne ha fatto? Quali sono le motivazioni che lo hanno spinto a non gettarlo infine tra i rifiuti, ma a “salvarlo” in certo qual modo, dandogli la possibilità di una nuova esistenza? Se solo gli oggetti potessero avere occhi per guardare, memoria per conservare, ma soprattutto voce per raccontare…”
    Abbiamo fatto due chiacchiere con Luca.
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    A. Prima di parlare delle bellissime creazioni useDesign parliamo del loro creatore. Chi è Luca Scarpellini?

    L. Mmm… Chi è Luca Scarpellini? Se lo sapessi non farei arte! Scherzi a parte, chi sono.. Vediamo, per diversi anni ho recitato in teatro, poi mi sono accorto che la mia vocazione era fare il tecnico luci. Per diversi motivi mi sono allontanato da questo ambito e mi sono dedicato a cinema, televisione e pubblicità come assistente di produzione, ma anche questo settore non mi ha dato altro che stress e tensione decisamente poco salutari. Non da meno è la mia lunga carriera come artista circense! Per 14 anni ho girato tutta Italia, e non, con il mio spettacolo di giocoleria ed equilibrismo! Purtroppo anche in questo settore le cose non stanno andando molto bene e un pochino mi ero stancato di farmi 150mila chilometri all’anno, quindi ho iniziato l’attività di designer/artista, che per ora è la mia principale e unica occupazione.
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    A. Come sei passato da una laurea in scenografia al “reciclo artistico” (me la concedi come definizione?) di useDesign?

    L. I miei studi non partono dalla scenografia, ma bensì da ingegneria meccanica. Per quattro anni ho frequentato il corso di ingegneria meccanica a Forlì, ho pure scritto 250 pagine di tesi in campo aerospaziale, tesi che poi ho pensato bene di regalare ad un amico prima di andarmene deluso dai programmi decisamente poco interessanti e creativi che ero costretto a rispettare. Mi sono allora deciso ad iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Brescia, sede di Rimini, dove mi sono laureato in scenografia e teorie dei mass media.
    useDesign nasce prima della laurea e non vede le sue origini dai corsi dell’accademia, ma bensì nasce da un regalo fatto ad una ragazza. La prima opera era una bilancina trasformata in abat-jour fucsia con orologio. Ricordo ancora che l’idea mi venne proprio vedendo la bilancia abbandonata in un mercatino delle pulci e che dovetti girare parecchi rigattieri e mercatini per trovare un orologio che ben si adattasse al foro lasciato vuoto dal timer che avevo dovuto smontare per fare spazio all’impianto elettrico.

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    A. Come nascono le tue creazioni? Quando giri per mercati e rigattieri alla ricerca della “materia prima” hai già in mente cosa vuoi realizzare, o è l’oggetto stesso che ti da l’ispirazione, modellandosi davanti ai tuoi occhi?

    L. Il mio primo lavoro era nato dall’amore, ma anche dalla curiosità su quale fosse la vera natura degli oggetti che ci circonda. Mi sono sempre chiesto se la funzionalità di un oggetto è unica e data dal progettista oppure la possiamo reinterpretare noi a nostro piacimento. In camera mia ho realizzato dei fermalibri per le mensole avvitando ad esse righe e squadre da disegno, ma ho anche pile di riviste che fungono perfettamente da tavolino. La creatività non ha limite e la natura degli oggetti comuni si può stravolgere di continuo. Tornando alla domanda, sì, sono gli oggetti che mi ispirano. Raramente mi capita di recuperare un oggetto di cui non saprò cosa farne. Succede sempre così: vedo un oggetto abbandonato e me lo configuro in mente già con una nuova forma e spesso me lo immagino anche già colorato. Ovviamente poi le lavorazioni implicano scelte e variazioni che dipendono dalla fattibilità o meno dell’idea, ma diciamo che la preparazione teorica di ingegneria e quella pratica fatta sul campo ormai mi hanno dato una certa conoscenza delle lavorazioni e quindi delle possibilità di modificazione.
    Ogni lavorazione è curata personalmente e quasi nulla (a parte qualche saldatura particolare o qualche sabbiatura) viene commissionato all’esterno. All’inizio davo ad un amico carrozziere l’incombenza delle verniciature, scelta che si è rivelata poco pratica, uno perché non erano mai fatte come veramente volevo e due per un puro fattore economico, mentre ora ho allestito una cabina di verniciatura in laboratorio e perciò posso lavorare in totale autonomia.

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    A. Guardando le foto delle tue “sveglie-telefono”, delle “caffettiere-lampade”, degli “sci-appendino”, ecc, ho provato subito una sensazione positiva. Saranno i colori, gli accostamenti, ma il tuo lavoro mi ha suscitato una immediata allegria. Come reagisce di solito la gente di fronte alle tue creazioni?

    L. Ti ringrazio per l’apprezzamento, mi fa piacere che i miei lavori suscitino allegria in chi li osserva. Certamente i colori e le forme che rimandano da una parte all’Art Decò e dall’altra all’Art Nouveau contribuiscono a dare un tocco divertente e ludico alle mie creazioni. L’influenza di Jeff Koons, artista che ammiro e seguo da tanti anni sicuramente ha inciso sulla scelta delle tinte metallizzate, lucide e vive, ma anche Rauschenberg e i suoi lavori di trasformazione hanno sicuramente inciso sulla mia produzione. Diciamo che il mio lavoro è una miscela del kitsch di Koons, il recupero di Rauschenberg, il tutto in un contesto di mercato e praticità quotidiana tipico della Pop-Art.
    La gente è sempre molto divertita dalle mie creazioni. Viste dal vivo esse suscitano curiosità. La gente si sforza di capire da dove derivano tutti i singoli pezzi che compongono le mie lampade, i miei orologi e i miei appendiabiti e nascono divertenti chiacchierate quando inizio a raccontare tutti i dettagli dei singoli lavori, molti dei quali non sono percepibili a prima vista.

    A. Cinque parole per descrivere UseDesign, e cinque per descrivere Luca Scarpellini.

    L. Sicuramente le cinque parole più adatte a useDesign sono: semplicità, colore, praticità, amore e allegria, mentre per me non saprei.. Confusione, disordine, amore, simpatia e pazzia probabilmente mi descrivono piuttosto bene.
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    A. Per finire, progetti per l’immediato futuro? Un piccolo calendario di appuntamenti per i lettori di Wait?

    L. Sarò a Milano da metà gennaio a metà febbraio per dei progetti di cui ancora non posso parlare, dal 15 gennaio al 15 febbraio molti dei pezzi useDesign saranno in mostra presso il Rossini Art Cafè di Faenza, in Piazza del Popolo. Ho già in programma una mostra a Forlì per il mese di aprile in concomitanza con una serie di eventi legati al recupero, all’ecosostenibilità e al risparmio energentico e successivamente sarò in mostra a Livorno e Milano. Sul sito www.usedesign.it potrete trovare tutte le informazioni e potete iscrivervi alla mailing list per essere sempre aggiornati sugli eventi che mi vedono coinvolto.

    AnnaV

    Commenti (1) Art, Design, New Talents, Products

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