• 29 March 2010
    “L’INDIVIDUO PERDE CONCRETEZZA”

    “L’individuo perde concretezza” è il titolo di photo-project di Davide Sacchetta, giovane fotografo romano di 21 anni. Guardando gli scatti è facile dare un senso a questa frase, ma preferisco che a farlo siano le stesse parole di Davide:

    “Società moderna, l’individuo moderno si deve adattare ai ritmi del consumo, della globalizzazione, del profitto.
    Mobilità e movimento a ritmi che non sono nella natura dell’uomo, in questa velocità non c’è tempo per riflettere per fermarsi a pensare. Ne risulta un soggetto distorto, sfocato, mosso.
    Il tempo si contrae, la persona perde di concretezza, ciò che rimane concreto è la città e le sue strutture,
    i negozi, i fast food, i palazzi.
    I consumatori nascono si muovono e muoiono.
    La struttura cittadina-consumistica rimane ferma e impassibile.”

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    AnnaV

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    02 March 2010
    FLICKR’S ALBUM OF THE WEEK: ALICE.FAN

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    “I am not a self portrait artist. Just a photographer and a manipulator. And that’s okay. Just as long as you enjoy even one of the pieces I have come up with, my goal is complete.”

    Alice.Fan si presenta con queste scarne e significative parole sul suo profilo Flickr. Il suo stile è pulito, incisivo e mai banale. L’abilità nel ritocco fotografico poi le permette di creare dei veri, piccoli capolavori. Arte nell’arte, che le riesce perfettamente.

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    AnnaV

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    24 February 2010
    365 GIORNI CON LAUREN WITHROW

    Intervista di Pierpaolo Bironi da Wait!Magazine n°27

    Lauren Withrow è una ragazza americana che vive in Texas in una cittadi- na chiamata Mckinney e da sempre ha una passione: fotografare. E’ la fotografia a scandire la sua vita, le sue emozioni, fino alla decisione di realizzare un progetto davvero singolare: immortalare sulla pellicola un anno di se stessa, con uno scatto al giorno per 365 giorni. E lo ha fatto sul serio. Le sue foto crescono di qualità con il passare dei giorni, e lei comincia a perfezionare il suo stile passando attraverso corsi di fotografia e certezze professionali. Questo talento e le sue doti sono state notate da molti in rete e WAIT! che da sempre, per filosofia, vuole essere talent scout e amicodei giova- ni artisti, ha deciso di rintracciare questa pro- metente fotografa free lance e farle qualche domanda, sicuro che presto si sentirà parlare di lei.

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    P. Lauren parlaci brevemente di te e del tuo sogno.

    L. Ho la passione della fotografia da sempre e sogno di poter, con i miei scatti, mostrare il mio mondo di emozioni. Vorrei diventare una fotografa affermata e creare un mio stile, che possa essere a sua volta di influenza per altri giovani artisti. La fotografia è unʼestensione di tutto il mio essere, di quello che sono. E’ proprio da questo che è partito il progetto 365: rappresentare senza alchimie, senza sotterfugi, senza filtri, la vita di una persona. In questo caso la mia, non per essere al centro dellʼattenzione o perché sono narcisista ed egocentrica, ma semplicemente perché è più semplice rappresentare me stessa che qualsiasi altro.

    P. Quando scatti cosa pensi, cosa vedi nella tua testa?

    L. Non te lo posso dire con precisione perché passano una miriade di pensieri che si accumulano e si traducono poi nello scatto finale.

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    P. Che tecniche utilizzi per comporre una foto, se ce ne sono?

    L. Nessuna tecnica. Cerco di catturare un momento, di imprigionare un istante. Mi concentro solo su quello. Eʼ tutto automatico, le variabili sono il luogo in cui mi trovo, la situazione ed il tipo di immagine che mi trovo davanti.

    P. Ti ispiri a qualche modello?

    L. In realtà a nessuno, cerco di fare qualcosa di nuovo e bello. Diverso da tutto.

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    P. Chi è per te Lauren Withrow?

    L. Una ragazza con tanti sogni e con una passione infinita per la fotografia.

    P. Professionalmente sei nata da poco, sei una free lance, parlami dei tuoi progetti.

    L. Ho studiato fotografia per due anni: un corso di foto in studio e uno di digitale. Sto cercando di organizzare un nuovo portfolio e una mostra che però ora è lon- tana. Recentemente ho inaugurato il mio sito ufficiale: www.laurenwithrow.com.

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    P. Cosa consigli a chi, come te, vuole sfondare e magari ha perso le speranze?

    L. Consiglio di non perderle. Di crederci, e continuare per la propria strada. Fare foto su foto seguire un progetto e portarlo a termine, trovare un modo di farsi cono- scere e farsi vedere senza paura, il resto, se si è bravi e si ha talento viene da sè.

    P. Cosa ti aspetti dal futuro?

    L. Spero di migliorare, di diventare veramente una fotografa professionista. Vorrei trovare il mio stile e trasmetterlo ad altri, suscitare pensieri ed emozioni con i miei scatti e crescere nella qualità delle mie foto. La cosa certa è che non voglio essere un granello di sabbia disperso nel mondo. Voglio distinguermi, ispirare, diventare grande.

    Noi di Wait! non possiamo che farle il nostro più grande in bocca al lupo.

    AnnaV

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    12 February 2010
    FLICKR’S ALBUM OF THE WEEK: *LILY OF THE VALLEY*

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    Una delle cose che più amo del web è che da la possibilità di “arrivare” dove non avresti mai potuto, di “scoprire” cose che altrimenti ti sarebbero state oscure. Flickr rappresenta in pieno questo concetto. Amo perdermi fra le migliaia di photo album, attirata qua e la dalla curiosità e dalla bellezza, guardando con gli occhi di persone che, in caso contrario, non avrei mai avuto la possibilità di conoscere. E fra un salto negli States e uno nel nord Europa questa settimana sono approdata a Milano. Lily of the Valley non è, come lei stessa ci dice, una fotografa, ma non mi stupirebbe se lo fosse. Il suo sguardo del tutto particolare, il suo “mettere a fuoco” semplici oggetti, elevandoli a soggetti di rara bellezza mi ha attratta fin dalla prima occhiata. E incuriosita.

    Abbiamo fatto due chiacchiere con lei.

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    A. Chi è Lily? Definisciti in 5 parole.
    L. Vorrei vivere in una biblioteca.

    A. Fotografa per lavoro o per passione?
    L. Lavoro nell’editoria e semplicemente nel tempo libero mi piace fare foto. Il mio più grande amore sono e saranno i libri ma la fotografia mi rallegra. Devo molto al mio professore di università il fotografo William Willinghton che mi ha aiutato a capire di più questo bellissimo mondo oltre ad avermi seguito pazientemente nella stesura della mia tesi su Elliott Erwitt. Vedo quante più mostre posso, l’ultima che ho visto è stata quella dedicata a Tim Walker il mio fotografo preferito presso la Galleria Sozzani.

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    A. Io definirei il tuo modo di fotografare delicato, introspettivo e antico. Sei d’accordo con me?
    L. La tua descrizione mi fa onore! In realtà non ho mai pensato di avere uno stile ben definito. Certamente non amo le fotografie con colori molto accesi e forti contrasti.

    A. Come concepisci i tuoi scatti? Parti già con un’idea in mente, o sono le “cose”, cio che vedi e ti accade ad ispirarti?
    L. Non programmo nulla in anticipo. Scatto molto impulsivamente. Se dovessi pensarci troppo perderei l’entusiasmo e diventerebbe noioso. Dipende dai giorni, dalle situazioni, dal mio umore. Fotografo però molto spesso oggetti. Non amo i ritratti, primi piani, fotografare persone in generale.

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    A. Cos’è per te la bellezza?
    L. Non saprei cosa rispondere senza cadere nel banale. Posso dirti ciò che io definisco “bello”: ragazzi che parlano di viaggi nel tempo, un libro vecchio e scritto, il mughetto, le costellazioni, i gufi e i bushbabies, Londra e i giardini di Kensington, lentiggini, i capelli rossi, le canzoni di Simon & Garfunkel, tutto quello che esce dalla mente di Jonathan Safran Foer. Oh, e Daniel Faraday (ndr. personaggio della serie TV “Lost”).

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    A. Ricordi la tua prima macchina fotografica?Ed ora che macchina usi?
    L. Ho usato per anni una Olympus OM10 che usava mio papà. Poi 2 anni fa ho comprato una reflex digitale Nikon D60. Uso photoshop ma nei limiti. Principalmente perchè purtroppo non sono molto esperta di programmi di grafica/ritocco.

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    AnnaV

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    29 January 2010
    “NATURAL IS NOT IN IT”: I COLLAGE DENUNCIA DI ALICE ARISU

    Si chiama “Natural is not in it”, come una famosissima canzone dei Gangs of four, e ritrae, con la tecnica mista del collage e della pittura, l’ideale perfetto e stereotipato della famiglia (in particolar modo della donna) del boom economico americano anni’60. L’intento però non è chiaramente evocativo o didascalico…

    Abbiamo fatto due chiacchiere con Alice Arisu, la creatrice di questo interessante progetto, per farci spiegare cosa nascondono i suoi collage, e per capire meglio il messaggio di cui queste opere si fanno portatrici.

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    A. “Natural is not in it”. Titolo di una famosa canzone dei Gangs of four, ma non solo. E’ un messaggio forte, soprattutto abbinato alle tematiche da te affrontate. Come è nata l’idea di questo progetto?

    Al. L’idea è nata proprio dalla canzone, le cui frasi infatti compaiono in tutti i collage. Ne ho notato subito lo straordinario testo ascoltandola di sottofondo al film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola. Spesso in passato ero stata colpita da frasi di canzoni, ma mai avrei mai immaginato di farmi stregare da un testo intero, così in linea col mio pensiero, soprattutto con ciò che desideravo comunicare in quel particolare momento: è stato un colpo di fulmine.

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    A. La sperimentazione con il collage mi è sembrata perfetta per rendere una certa “condizione femminile”, quasi appiattita e staticamente perfetta…

    Al. Con la scelta di una determinata tecnica si può dire molto. Ho usato sia foto patinatissime che disegni iperrealistici (tanto da non poterli distinguere) provenienti da pubblicità americane degli anni 60, del boom economico, ritagliandole senza precisione per mantenere la sensazione di qualcosa di “sbagliato”, come quando ci capita di imbatterci in una foto che, non sapremmo dire esattamente perchè, sappiamo essere un fotomontaggio, qualcosa di sì plausibile ma a suo modo sbagliato. Parti dei vestiti e la quasi totalità degli sfondi sono invece dipinti, ad accentuare questa sensazone di irrealtà, di posticcio. Nonostante i colori irrealistici, non ci sono contrasti decisi, c’è appiattimento, “monodimensionalità”.

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    A. Parliamo di donne. Che nei tuoi collage vediamo perfette, sorridenti e “piacevolmente indaffarate”, ma cosa vuoi farci vedere sotto questa apparenza?

    Al. L’intento è proprio quello di matrice “pop-art” di mostrare l’eccesso di qualcosa allo scopo di sconvolgere e fare riflettere. Ammiro molto Claes Oldenburg, che ricorstruiva i piatti tipici della cultura americana (piatti di patatine, hamburger, fette di torta, grossi pezzi di carne) in versione enorme con tessuti plastici, rendendoli disgustosi, inappetibili. Così della figura della casalinga anni 60 (quella appunto della pop art), una volta tolta dal contesto della rivista, della pubblicità, tolte le parole ed i commenti, rimane solo l’immagine desolata di una vita vuota, finta. L’illusione di una felicità “come è stata insegnata” e non concepita personalmente, perchè nemmeno si sa di poterla pensare, un’altra vita.
    www.alicearisu.com

    AnnaV

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    26 January 2010
    FLICKR’S ALBUM OF THE WEEK: Françoise Rachez

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    Françoise Rachez è una giovane fotografa colombiana di stanza a Parigi. Le sue foto, femminili ed affascinanti, colpiscono per i contrasti cromatici e per le inquadrature particolari e intimiste.

    Esattamente il genere di foto che io stessa vorrei essere in grado di fare.

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    AnnaV

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    21 January 2010
    DIANA DEBORD

    Per descrivere il “mondo fotografico” di Diana Debord potrebbero essere usate tante parole. Le migliori, per me, sono quelle che lei stessa usa per i nomi delle sue gallery: “Season of the witch“, “Ophelia’s Dream“, “Lunar“, “Sur Les Fantomes“… Ed è davvero un mondo onirico il suo, a cavallo fra favola e incubo, dove lei stessa si muove come una Alice in Wonderland gotica e misteriosa. Abbiamo scambiato due chiacchiere.

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    A. Raccontami qualcosa di te. Chi? Dove? Come? Perchè?

    D. Mi chiamo Diana e sono nata in un orwelliano 1984. La città nella quale sono nata e cresciuta è Novara (città che dorme ma non sogna…). Ho iniziato a fotografare per rispondere all’esigenza di esprimermi e comunicare con le altre persone tramite i miei lavori.

    A. La tua prima macchina fotografica? La ricordi?

    D. La mia prima fotocamera mi fu regalata quando avevo all’incirca 8 anni. La conservo tutt’ora come ricordo di un periodo in cui quella scatoletta nera mi si svelò per ciò che era: non un giocattolo ma uno strumento magico, capace di intrappolare semplici oggetti, animali, volti, alberi, rendendoli immortali e particolari.

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    A. Ed ora, qual’è il tuo strumento privilegiato per fotografare?

    D. Ho riscoperto la fotografia circa 4 anni fa, e da allora la mia passione è cresciuta di pari passo con l’esigenza di sperimentare. Per questo utilizzo sia digitale che analogico, prediligendo quest’ultimo perchè lo considero un mezzo più immediato e affascinante. Oltre ad una reflex a pellicola che utilizzo principalmente per scatti in bianco e nero, sperimento con alcune macchine Lomo come Holga, Fisheye, Supersampler e la mia adorata Polaroid degli anni’80. Il digitale lo uso soprattutto per gli autoscatti, e per far risaltare i colori che per me sono importantissimi.

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    A. Definisci in cinque parole le tue fotografie.

    D. Sognanti, eteree, colorate, decadenti, spontanee.

    A. Da chi/cosa trovi ispirazione nel tuo lavoro?

    D.Trovo ispirazione sia dalla vita quotidiana (concetti, sogni, sensazioni, esperienze) che nell’arte, nella quale mi circondo il più possibile: i miei artisti preferiti sono Gustav Klimt, Alfons Mucha e i Preraffaelliti.

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    A. Cos’è per te la bellezza?

    D. Credo che il significato di bellezza sia molto più profondo di quello che ogni giorno i media ci presentano. La bellezza per me non è ovvietà o perfezione estetica; al contrario eccentricità, naturalezza, spontaneità, e una certa “stranezza nelle proporzioni” per citare Bacon.

    A. La soddisfazione più grande, per ora, del tuo lavoro?

    D. Fino ad ora ho partecipato a numerosi progetti e mostre, ma le più grandi soddisfazioni sono sicuramente la partecipazione con alcuni miei lavori al libro “Poetic Terrorism” – una raccolta di autoritratti di 37 artiste da tutto il mondo; la collettiva “Bruciare i ponti della ritirata” in omaggio a Majakovskij e la mia prima mostra personale intitolata “Il Sogno di Ofelia”.

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    A. Come ti vedi da qui a 10 anni?

    D. Da qui a 10 anni spero di avere ancora tanta voglia di creare e sperimentare, magari prendendo strade differenti da quella odierna ma mantenendo sempre la capacità di sognare.

    AnnaV

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    19 January 2010
    FLICKR’S ALBUM OF THE WEEK: SARAH HERMAN

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    Questa settimana presentiamo una giovane e talentuosa fotografa belga, Sarah Herman. I suoi scatti leggeri e limpidi, le sue lolite nordiche, bionde e sfuggenti (quasi sempre di spalle), quella luce rarefatta e nostalgica mi hanno letteralmente conquistata.

    E se non fosse bastato, le sue parole dirette contro la manipolazione e il furto degli scatti d’autore mi hanno definitamente convinta. Lascio dunque parlare lei stessa e le sue foto:

    “My images are not made with the intention to become stock images. I find it disappointing to find my photos spread over the internet, edited by whoever thinks they need some change. While I try to hardly ever edit what I receive as film, they show up online being changed, going from slight colouradjustments to crops or even completely different lightning or merged into others. If someone believes an image needs some change, please do tell me,but don’t just go ahead, put them somewhere online under my name (if sourced at all!) while that’s not my work! I’m not saying that my images are good, but they’re mine.”

    Parole sante. Altre foto nel dettaglio dopo il jump.

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    AnnaV

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    07 January 2010
    USEDESIGN – “WHAT WAS WILL BE”

    Come spesso capita il web, per chi ha la pazienza e la curiosità di cercare, riesce a regalare vere sorprese.
    E’ il caso di useDesign, progetto a cavallo fra arte e design, portato avanti con una passione ed amore rari dal suo creatore, Luca Scarpellini.
    Per usare le sue stesse parole:“useDesign non è solo un marchio o un gioco di parole, è la mia filosofia artistica, un messaggio a chiunque cerchi di capire il mio lavoro, ma anche il suo stesso fondamento. Gli oggetti usati, le loro storie sconosciute, il loro passato misterioso che affiora solamente da quell’usura che solo una vita vissuta fra gli uomini può essere in grado di donare, mi aggredisce, mi getta violentemente in uno stato di soggezione e timore quasi reverenziale nei confronti di tante realtà che mi rimarranno precluse per sempre. Il vedere dei graffi o delle ammaccature in un oggetto proveniente da un mercatino delle pulci o da un ferrovecchio fa nascere mille interrogativi: cosa ha passato questo oggetto per finire abbandonato in questa sorta di cimitero? Chi lo ha posseduto e cosa ne ha fatto? Quali sono le motivazioni che lo hanno spinto a non gettarlo infine tra i rifiuti, ma a “salvarlo” in certo qual modo, dandogli la possibilità di una nuova esistenza? Se solo gli oggetti potessero avere occhi per guardare, memoria per conservare, ma soprattutto voce per raccontare…”
    Abbiamo fatto due chiacchiere con Luca.
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    A. Prima di parlare delle bellissime creazioni useDesign parliamo del loro creatore. Chi è Luca Scarpellini?

    L. Mmm… Chi è Luca Scarpellini? Se lo sapessi non farei arte! Scherzi a parte, chi sono.. Vediamo, per diversi anni ho recitato in teatro, poi mi sono accorto che la mia vocazione era fare il tecnico luci. Per diversi motivi mi sono allontanato da questo ambito e mi sono dedicato a cinema, televisione e pubblicità come assistente di produzione, ma anche questo settore non mi ha dato altro che stress e tensione decisamente poco salutari. Non da meno è la mia lunga carriera come artista circense! Per 14 anni ho girato tutta Italia, e non, con il mio spettacolo di giocoleria ed equilibrismo! Purtroppo anche in questo settore le cose non stanno andando molto bene e un pochino mi ero stancato di farmi 150mila chilometri all’anno, quindi ho iniziato l’attività di designer/artista, che per ora è la mia principale e unica occupazione.
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    A. Come sei passato da una laurea in scenografia al “reciclo artistico” (me la concedi come definizione?) di useDesign?

    L. I miei studi non partono dalla scenografia, ma bensì da ingegneria meccanica. Per quattro anni ho frequentato il corso di ingegneria meccanica a Forlì, ho pure scritto 250 pagine di tesi in campo aerospaziale, tesi che poi ho pensato bene di regalare ad un amico prima di andarmene deluso dai programmi decisamente poco interessanti e creativi che ero costretto a rispettare. Mi sono allora deciso ad iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Brescia, sede di Rimini, dove mi sono laureato in scenografia e teorie dei mass media.
    useDesign nasce prima della laurea e non vede le sue origini dai corsi dell’accademia, ma bensì nasce da un regalo fatto ad una ragazza. La prima opera era una bilancina trasformata in abat-jour fucsia con orologio. Ricordo ancora che l’idea mi venne proprio vedendo la bilancia abbandonata in un mercatino delle pulci e che dovetti girare parecchi rigattieri e mercatini per trovare un orologio che ben si adattasse al foro lasciato vuoto dal timer che avevo dovuto smontare per fare spazio all’impianto elettrico.

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    A. Come nascono le tue creazioni? Quando giri per mercati e rigattieri alla ricerca della “materia prima” hai già in mente cosa vuoi realizzare, o è l’oggetto stesso che ti da l’ispirazione, modellandosi davanti ai tuoi occhi?

    L. Il mio primo lavoro era nato dall’amore, ma anche dalla curiosità su quale fosse la vera natura degli oggetti che ci circonda. Mi sono sempre chiesto se la funzionalità di un oggetto è unica e data dal progettista oppure la possiamo reinterpretare noi a nostro piacimento. In camera mia ho realizzato dei fermalibri per le mensole avvitando ad esse righe e squadre da disegno, ma ho anche pile di riviste che fungono perfettamente da tavolino. La creatività non ha limite e la natura degli oggetti comuni si può stravolgere di continuo. Tornando alla domanda, sì, sono gli oggetti che mi ispirano. Raramente mi capita di recuperare un oggetto di cui non saprò cosa farne. Succede sempre così: vedo un oggetto abbandonato e me lo configuro in mente già con una nuova forma e spesso me lo immagino anche già colorato. Ovviamente poi le lavorazioni implicano scelte e variazioni che dipendono dalla fattibilità o meno dell’idea, ma diciamo che la preparazione teorica di ingegneria e quella pratica fatta sul campo ormai mi hanno dato una certa conoscenza delle lavorazioni e quindi delle possibilità di modificazione.
    Ogni lavorazione è curata personalmente e quasi nulla (a parte qualche saldatura particolare o qualche sabbiatura) viene commissionato all’esterno. All’inizio davo ad un amico carrozziere l’incombenza delle verniciature, scelta che si è rivelata poco pratica, uno perché non erano mai fatte come veramente volevo e due per un puro fattore economico, mentre ora ho allestito una cabina di verniciatura in laboratorio e perciò posso lavorare in totale autonomia.

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    A. Guardando le foto delle tue “sveglie-telefono”, delle “caffettiere-lampade”, degli “sci-appendino”, ecc, ho provato subito una sensazione positiva. Saranno i colori, gli accostamenti, ma il tuo lavoro mi ha suscitato una immediata allegria. Come reagisce di solito la gente di fronte alle tue creazioni?

    L. Ti ringrazio per l’apprezzamento, mi fa piacere che i miei lavori suscitino allegria in chi li osserva. Certamente i colori e le forme che rimandano da una parte all’Art Decò e dall’altra all’Art Nouveau contribuiscono a dare un tocco divertente e ludico alle mie creazioni. L’influenza di Jeff Koons, artista che ammiro e seguo da tanti anni sicuramente ha inciso sulla scelta delle tinte metallizzate, lucide e vive, ma anche Rauschenberg e i suoi lavori di trasformazione hanno sicuramente inciso sulla mia produzione. Diciamo che il mio lavoro è una miscela del kitsch di Koons, il recupero di Rauschenberg, il tutto in un contesto di mercato e praticità quotidiana tipico della Pop-Art.
    La gente è sempre molto divertita dalle mie creazioni. Viste dal vivo esse suscitano curiosità. La gente si sforza di capire da dove derivano tutti i singoli pezzi che compongono le mie lampade, i miei orologi e i miei appendiabiti e nascono divertenti chiacchierate quando inizio a raccontare tutti i dettagli dei singoli lavori, molti dei quali non sono percepibili a prima vista.

    A. Cinque parole per descrivere UseDesign, e cinque per descrivere Luca Scarpellini.

    L. Sicuramente le cinque parole più adatte a useDesign sono: semplicità, colore, praticità, amore e allegria, mentre per me non saprei.. Confusione, disordine, amore, simpatia e pazzia probabilmente mi descrivono piuttosto bene.
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    A. Per finire, progetti per l’immediato futuro? Un piccolo calendario di appuntamenti per i lettori di Wait?

    L. Sarò a Milano da metà gennaio a metà febbraio per dei progetti di cui ancora non posso parlare, dal 15 gennaio al 15 febbraio molti dei pezzi useDesign saranno in mostra presso il Rossini Art Cafè di Faenza, in Piazza del Popolo. Ho già in programma una mostra a Forlì per il mese di aprile in concomitanza con una serie di eventi legati al recupero, all’ecosostenibilità e al risparmio energentico e successivamente sarò in mostra a Livorno e Milano. Sul sito www.usedesign.it potrete trovare tutte le informazioni e potete iscrivervi alla mailing list per essere sempre aggiornati sugli eventi che mi vedono coinvolto.

    AnnaV

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    09 December 2009
    MICHELA RIBA… E IL SUO PAF MOVIMENTO

    Intervista di Annalisa Varesi da Wait! Magazine n° 26

    Wait! è dalla parte dei giovani, lo sapete. Quando ci ha contattato Michela Riba, giovane artista cuneese, invitandoci a dare un’occhiata ai suoi lavori, non ce lo siamo fatto dire due volte. E ci sono piaciuti talmente tanto che abbiamo deciso di fare due chiacchiere con lei, per conoscere meglio questo vero vulcano di talento, idee e voglia di vivere.

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    A. – Chi è Michela Riba?

    M. – E’ una “Paf Artista”, in realtà, quando si parla d’arte è chiamata anche Ezekiela. Confonde così le sue due personalità… La timidezza di Michela Riba con la stravaganza di Ezekiela (un po’ dannista) per creare il suo mondo parallelo il “Paf Movimento”: un movimento artistico tutto suo fatto di colori mischiati sulla tela e una forte passione per Klimt, Beardsley, l’Art Nouveau, la fotografia di moda, e l’ammirazione per gli iperrealisti e la tecnica della grande arte caravaggesca… Così, nel 2004 ho avuto la mia “vocazione”. Non credo comunque di sapere bene come definirmi. Un giorno Angelo Mistrangelo ha scritto di me: “Michela Riba espone una serie di lavori che raccontano la sua visione e interpretazione dell’ esistenza e dell’ esistente, la volonta di esprimere quell’ analisi intorno alla propria sensibilità,alle inquietudini quotidiane,alla condizione femminile. La Riba affida alle tele l’ essenza di un discorso in cui la raffigurazione si muove dalla pittura al fumetto rivisitato, dall’ introspezione alla poetica dell’ immagine fissata nella memoria come in un fotogramma. Misteriosa e simbolica,la sua donna appartiene a questo nostro tempo quanto mai complesso.”

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    A. – Parlaci dei tuoi lavori. Come li descriveresti?

    M. – Oserei prima lasciare questa citazione: “Il più grande ostacolo alla comprensione di un’opera d’arte è quello di voler capire.” Così solitamente rispondo: “Tra mistico fantastico e realta’ come in una favola surreale i 2 più grandi temi dell’ arte astratto e figurativo si incontrano in una ricerca artistica e una grande passione per la moda la fotografia e il glamour alla base di tutto far parlare gli occhi, lo specchio dell’ anima e render cosi vivo il quadro. Toni vividi note intense di colori nuance imperative di bianco e nero creano giustapposizioni grafiche tutto racchiuso dall’ eleganza cercare di andare avanti in questa realtà nella quale tutti ci rinchiudiamo sognando un qualcosa che solo tu spettatore puoi vedere scrivi la storia del mio quadro ed io artista ne saro incantata perchè sarò riuscita a riscuotere in te sensazioni ed emozioni facendo parlare del mio quadro”.
    I miei lavori sono tutti olio su tela, con una forte carica di passione per l’arte e una ricerca per qualcosa di totalmente mio che possa distinguermi dalla massa. O per lo meno ci provo a farla risultare tale… Non bado molto ad un progetto, inizio da un’immagine e ci gioco direttamente sulla tela, fantasticando.

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    A. – La tua ispirazione (se esiste)?

    M. – Ti direi solo due parole: l’universo femminile.

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    AnnaV

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